John Hiatt: storia discografica

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Leon Russell aveva creato tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta un suo entourage musicale, componendo e suonando in diversi dischi di cantanti che poi sarebbero diventati famosi (Joe Cocker, Eric Clapton, Steve Winwood, ecc.) L’esordio di John Hiatt nel 1974 come Hangin’ around the Observatory si pone proprio in quella tradizione dei cantanti “soul” leggeri, sebbene non c’è dubbio che mostri anche altre influenze (il brano migliore è una ballata country-folk dal titolo Rose). Con il successivo Overcoats del 1975 Hiatt si indirizza maggiormente verso il rock ed il country: tuttavia nonostante qualche brano già di alto livello (One more timeSmiling in the rain), John non ha ancora maturato la sua personalità musicale. Quando si trasferisce a Los Angeles cambia coordinate e da lì inizia la sua vera carriera: in possesso di una voce “black” fenomenale pur essendo bianco, comincia a incidere in una vena melodica molto vicina a quella di artisti come Graham Parker o il primo Elvis Costello: il suo è un cocktail di generi musicali, un impianto sonoro che risente molto delle mode musicali di quei tempi; siamo a fine anni settanta e il punk è il genere imperante: Slug Line ,1979, è il suo primo album importante che nell’insieme restituisce un artista dotato di grande freschezza compositiva. Le prove discografiche successive, nonostante la qualità spesso leggera del materiale, confermano lo standard compositivo dell’artista americano, che viene definito dalla critica a ragion veduta, il “Costello d’America”. Con l’album Warming up to the ice age, 1985, comincia una prima emancipazione dello stile verso un più marcato gusto sudista, che costituisce l’inizio della stagione migliore del cantante. Purtroppo, come avviene spesso (penso per es. a Jackson Browne prima dell’album “The Pretender“), gli avvenimenti tragici della vita personale di John, lo conducono dritto dritto al suo capolavoro: Bring the family, 1987, è disco in cui la partecipazione di Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner conferisce alla musica un sapore che è allo stesso tempo agre e nostalgico, amaro ma speranzoso: in questo disco emergono delle grandi songs che fanno parte del miglior patrimonio cantautorale americano; oltre alla splendida Have little faith in me, assolutamente da incorniciare sono Memphis in the meantimeAlone in the dark e le ballate Lipstick Sunset e Tip of my tongue, senza dimenticare la più costelliana Learning How to Love You. Particolare riguardo ai testi: ……..in tempi in cui si sfornano love songs con le massime dei Baci Perugina e l’eros è ridotto a una marca di slip, Hiatt restituisce senso al parlar d’amore, salvandolo da banalità e sentimentalismi con un linguaggio schietto e reale….così scrive Mauro Zambellini nel suo libro “Southern Rock”. Hiatt ci riprova l’anno successivo con Slow Turning, ma l’album è nel suo complesso inferiore a Bring the family, nonostante abbia anch’esso notevoli canzoni come la title track e Drive South; continua nel 1990 con Stolen Moments, dove firma una serie di canzoni che pur non avendo la drammaticità di quelle di Bring the family, ci restituiscono un artista finalmente sereno, che scrive grandi canzoni come Real fine loveSeven Little IndiansThirty years of tearsThrough your hands. Poi, influenzato dalla moda “grunge”, nel ’93 fa uscire alle stampe Perfectly good guitar, un album notevolissimo ed omogeneo in cui difficile ed ardua è l’impresa di sceglierne la migliore. Dura poco questa svolta perchè nel ’95 la sua nuova uscita Walk on ritorna ad un songriting di stampo classico ma nondimeno di valore: Hiatt scrive ancora canzoni come Cry LoveWalk onThe river knows your name e Wrote it down and burned it, con quest’ultima che fa pensare ad una transizione verso un stile più evoluto dal punto di vista musicale. Purtroppo, però non è così: il disco successivo Little Head è un disco di canzoni pop che delude non poco.
Il 2000 è però l’anno del folk-blues acustico di Crossing Muddy Waters, da molti considerato uno dei suoi lavori migliori, e l’anno successivo di The Tiki Bar Is Open, un album suonato splendidamente complice la presenza del bravissimo chitarrista Sonny Landreth e dei Goners, la sua miglior band di sempre. Questo cd è anche il suo canto del cigno!! Infatti, da quest’album in poi, si inaugura una fase di mancanza di ispirazione palesissima, una normalizzazione del sound di quelle che ricorrono quasi sempre nel rock, che purtroppo dà alibi all’appagamento artistico, restando lontanissimo dai fasti del passato.
Discografia consigliata:Slug Line, MCA Records, 1979.
Two Bit Monsters, MCA Records, 1980.
Bring the Family, A&M Records, 1987.
Slow Turning, A&M Records, 1988.
Stolen Moments, A&M Records, 1990.
Perfectly Good Guitar, A&M Records, 1993.
Walk On, Capitol Records, 1995.
Crossing Muddy Waters, Vanguard Records, 2000.
The Tiki Bar is Open, Vanguard Records, 2001.

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Music writer and founder of Percorsi Musicali, a multi-genre magazine focused on contemporary music and improvisation's forms. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 1500 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.