I quattro grandi gruppi rock statunitensi degli anni settanta

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Fonte Billboard, page 9, 5 December 1970 Autore Warner Bros. Records, public domain

 

La riscoperta delle radici musicali americane è un fenomeno ricercato nel secolo scorso: il rock ha un patrimonio genetico di elementi musicali che scava nella canzone popolare. In ciascun ambito sociale si peschi, c’è sempre una cerchia popolare che coltiva gli aspetti di un aggregazione: prima è il blues, poi la musica di campagna, poi quella degli operai, etc..  Il processo di fusione di questi generi avviene solo alla fine degli anni sessanta e tenta di prevaricare la bontà degli intenti: per merito di bands che non erano nè figlie della controcultura statunitense nè del reflusso dell’epoca contrassegnata dai principi del sessantotto, si evitò che quei generi popolari prendessero una brutta piega; il loro merito fu dunque quello di restituire l’America popolare, quella bistrattata e contratta di venti anni prima. Qui inserisco solo i gruppi principali, quelli che ancora oggi possono fregiarsi di essere risentiti in maniera non anacronistica e che risultano anche i più influenti. Inoltre ho scelto un gruppo per radice di rilevanza distinguendoli in matrice country, folk, blues, culture sudiste.

Grateful Dead
Il più grande gruppo è stato quello dei Grateful Dead: partiti negli anni sessanta come band psichedelica con elementi eterogenei ma dominati dalle droghe, partorirono in un clima di eccessi un brano storico come “Dark star”, uno dei vertici assoluti della storia di questa musica, in cui emerge:
1) la bravura di uno dei chitarristi più importanti di tutto il rock: Jerry Garcia si inventò uno stile originale e riconoscibile, basicalmente fatto di impostazioni jazzistiche ma ben incastonate in una struttura rock;
2) la perfetta preparazione tecnica dei componenti del gruppo: in verità nonostante i riferimenti evidenti al mondo psichedelico, la formazione musicale dei musicisti del gruppo era di notevole statura e pescava nella libertà stilistica che stava impervesando in quegli anni (l’atonalità della musica classica, il free-jazz).
“Dark star” ci proietta per la prima volta in una proiezione anche “cosmica”, costituendo uno dei referenti musicali americani per tutto il movimento dei corrieri cosmici elettronici tedeschi che si svilupperà di lì a poco in Europa; il gruppo di Garcia e soci ebbe anche il merito di virare la rotta intrapresa (che certamente li avrebbe portati al disfacimento) ed intraprendere quella di una modernizzazione della musica di campagna americana (il country): ma non suonavano country nel senso allegro di Nashville, vi era una rilettura più seria dal punto di vista musicale e una forza compositiva che andava oltre gli stereotipi di Nashville. Anzi, i loro dischi furono la prima ombra non voluta del senso di “depressione” di una nazione: non a caso tutto il movimento successivo dell’alternative country gli è debitore in termini di influenze (vedi soprattutto i Whiskeytown di Ryan Adams). Lentamente questa formula si arricchì di altri elementi popolari, ma il periodo di “Workingsman’s dead” rimane quello più importante e propedeutico per l’intera storiografia rock.

-Live Dead,1969/-Workingsman’s dead, 1970/-American Beauty, 1971

The Band

La matrice folk invece fu prevalente nel principale gruppo di Bob Dylan: The Band. Tale gruppo seppe riproporre in maniera originale testi di alto livello con un senso prezioso dell’antichità, che comprendeva anche elementi provenienti dal jazz (il rag e le big band di inizio secolo), grazie anche allo splendido apporto vocale dei partecipanti. Il loro senso del blues e della ruralità, proveniente dai loro primi due albums, era quasi religioso, e mortificante fu l’esperienza live del 1972 dove ai fiati ci fu la regia ingombrante di Allen Toussaint. Molti gruppi hanno tentato di avvicinarsi a quella formula ma non c’è stato nessun gruppo nei quarant’anni successivi che sia avvicinato qualitativamente a loro, nemmeno alle esperienze solistiche degli stessi componenti del gruppo (Robertson, Danko, Helm).

-Music from big pink, 1968 /-The Band, 1969

The Allman Brothers Band

Gli Allman Brothers furono invece quelli che portarono prepotentemente alla ribalta la radice blues della cultura americana. Pur essendo bianchi il gruppo era in possesso di un vocalist d’eccezione Greg Allman, di due chitarristi preparatissimi, ossia Duane Allman e Dickey Betts (dove il primo dava visibilità alla chitarra slide, mentre l’altro era il naturale contrappunto del primo), e di una sezione ritmica poderosa. Come per i Grateful Dead, il formato dei brani era spesso allungato, vere e proprie cavalcate riempite di buona musica, ma qui il vero elemento innovativo era un embrionale spostamento del blues verso fusioni non solo tradizionali ma anche trasversali (il jazz). Come scrive Mauro Zambellini nel suo libro Southern Rock….la A.B.B. costituisce una delle band più influenti del rock americano..Memore degli esperimenti di Miles Davis, John Coltrane e Cannonball Adderley in Kind of Blue, con l’impiego di due chitarre solista ha scavalcato l’approccio al blues dei chitarristi inglesi (Jeff Beck, Jimmy Page, Eric Clapton, Peter Green) favorendo una strategia jazzistica basata sull’improvvisazione modale, su un freewheeling di sostituzione armoniche e su una rivoluzionaria sezione ritmica…….

-At Fillmore East, 1971/-Eat a Peach, 1972/-Brothers and sisters, 1973

Little Feat

Il gruppo che invece riuscì mirabilmente a fondere tutte le culture del sud americano furono i Little Feat, gruppo composto da un eccellente ed eclettico compositore di nome Lowell George e da avvenenti musicisti, tra cui si distingueva il pianista Bill Payne (il cui picco è l’ascolto di “Dixie Chicken” nel live antologico “Waiting for Columbus”) La loro miscela di blues, rhythm’n’blues, rock’n’roll, soul, country, funk fu unica ed irripetibile, ma quella dei Little Feat è una storia importante anche per il fatto che probabilmente possono considerarsi l’antesignano storico del roots-rock, etichetta affibbiata dalla critica per ricordare quei generi che riprendevano i suoni classici americani degli anni cinquanta: certo che una “macchina” musicale come i Feat e un autore come George, che componeva tenendo unite le tradizioni popolari con un imprevisto e personale tocco di bizzaria musicale, erano cose difficili da trovare in giro, ma quella era l’espressione dell’America del Sud di quegli anni: se è vero che la musica riporta anche emozioni, sensazioni e volete ritrovarvi in un ipotetico viaggio in quei luoghi a fianco di un camionista oppure in un caffè del posto, l’approdo sui Little Feat è musicalmente esatto.

-Sailing Shoes (1972) /-Dixie Chicken (1973) /Feats Don’t Fail Me Now (1974)

Questi gruppi e i dischi segnalati, sono la base della cultura rock americana e quindi non possono mancare nell’esperienza di ascolto e nel patrimonio musicale personale di qualsiasi individuo.
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Music writer and founder of Percorsi Musicali, a multi-genre magazine focused on contemporary music and improvisation's forms. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 1700 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.