Piccoli ensembles dell’improvvisazione internazionale

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foto SSS Impermanence @Joana Linda

La forza propulsiva del Susana Santos Silva Impermanence si sostanzia su un atto di ribellione che abbiamo imparato a conoscere nel free jazz e la libera improvvisazione, energia che è sempre bene condividere e portare a nuove maturazioni. Il nuovo cd appena pubblicato, dal titolo bellissimo The ocean inside a stone, è poesia free jazz che viaggia sull’onda di un collettivo senza risparmio di forze, improvvisatori che qui dimostrano già la loro pienezza artistica. Con Susana Santos Silva alla tromba e tin whistle, la segue il suo bassista preferito (Torbjörn Zetterberg) e tre improvvisatori portoghesi tutti da scoprire (João Pedro Brandão al sassofono alto e flauto, Hugo Raro a piano e synth e Marcos Cavaleiro alla batteria). Susana premette nelle note:

Il passato, che deve ancora arrivare, è qui ora. Impermanente.
Nutrendoci di dolci delusioni. Gravidi di idee.
Gravidi delle speranze del vagare. Siamo qui ora
Sperando nella vita espansa, i tamburi cantano.
O sono gli alberi? O è l’oceano?
L’Oceano, dice il guaritore. L’oceano dentro una pietra.
(mia traduzione)

Il pezzo iniziale di The ocean inside the stone è un meraviglioso biglietto d’ingresso: Expanded life fa capire quanto sia organizzato il discorso musicale della Santos Silva, che personalmente reputo una delle più talentuose improvvisatrici del mondo; tromba combinata con elettronica efficace, tanti dettagli eccellenti e un suono globale compatto, deciso e appassionato. In Wanderhopes si insinua un pensiero distante, mi porta in un mercato di un paese a cui non so dare un nome, tra campanelli, piano indirizzito, tromba e flauto che evocano reminiscenze dell’Art Ensemble of Chicago dei vecchi tempi. Il motivetto melodico centrale di The ocean inside a stone è sorprendente ed ha qualche cosa a che fare con Fiorenzo Carpi e la colonna sonora di Pinocchio, ma è una contrapposizione perfetta per introdursi al torpore free jazz della successiva Sweet Delusion; mentre l’isolamento pianistico di The past yet to come è riuscitissimo per lasciare il posto ad un pifferaio che suona in un mercato di Tunisi. La conclusione fa presagire che la cura per le anime affannate e desiderose di cambiamento sta ancora nei cambiamenti di Coltrane e nel lascito di A love supreme, un tema che non conosce sosta nemmeno nelle nuove generazioni: Susana says: “…The beautiful in a liquid state, the ritual of the ordinary, the violent but ephemeral chaos, the poetics of absurdity and human fragility, the lightness of the ethereal and the abstract, the sublimation of the present define this transcendent, utopian, intangible and unimaginable world…“.

Nel Sestetto Internazionale (Sjostrom, Blunt, Kaufmann, Mimmo, Kujala, Schick) c’è una straordinaria capacità di adattamento alla relazione immaginativa. Per il nuovo cd Live in Munich 2019, i sei protagonisti dei suoni si riconnettono allo spazio e alla grandezza delle forme, un’immersione simulatoria nei quasars e nel concetto di grandezza, distinto sia nelle sue dimensioni potenti che nella potenza della rappresentazione di una visuale esigua.  Innanzitutto i due quasars, due lunghi pezzi improvvisativi che sembrano instaurare illustrazioni differenti: come sapete questi addensamenti di stelle che emettono frequenze sono prove di un cosmo che parla; nel primo di essi (Quasar #1) i musicisti si impegnano in un’iconografia del corpo celeste, che metta in evidenza luminosità, granulosità, esplosioni concertate, magnetismo: multifonia, toni gravi soprattutto al piano, glissando, estensioni costruite sulla velocità e sul graffio, acquisiscono nelle capacità dei musicisti nuova linfa, veicoli di un veloce attraversamento delle novità musicali che hanno accompagnato lo sviluppo dell’uomo in secoli; la fase centrale è misteriosa e acuta ed è propedeutica ad un finale in cui si assiste ad un “flusso” magnifico di suoni. Nel secondo addensamento (Quasar #2), un grande e prolungato multifonico, spettralmente carico più un sottofondo minaccioso acusticamente ricavato, impongono una visione guardinga, forse l’attualità di un messaggio: Kaufmann si inventa dei passi di pianoforte simili a dei tentativi di connessione (intesi come volontà di chiedere relazioni), finché il segnale non si fa esplosivo. Sono due improvvisazioni eccellenti, in cui ogni musicista crea sistema, energia ed informazione spettrale.
In mezzo a questi due poli, si inseriscono 3 duetti, quello di Mimmo con Blunt in Notturno, una sorta di innesto di 2 misure musicali (soprano e violino) che vogliono non solo contemplare, ma anche indicare la grandiosità di una forma musicale che può essere rinnovata; poi quello tra Kaufmann e Schick in Anak #1, dove il piano a grappoli e l’elettronica campionata pongono enfasi sulla frammentazione, quasi come ricevere trasmissioni radio difettose nel segnale; e per finire quello tra Sjostrom e Kujala in No Niin, dove una forma fantastica di segmentazione al sax viene accompagnata da una fisarmonica che sbraita e apre acuti canali di comunicazione. Kujala guida anche il finale più breve di Pikku Pala (che tradotto in italiano dovrebbe significare piccolo pezzo), un concentrato caotico di emissioni, lasciato alla libera interpretazione degli artisti.
E’ incredibile quanto questi musicisti riescono a comunicare all’ascoltatore: qui c’è una modalità per riepilogare il mondo attraverso la musica, usare la libera improvvisazione come una rivelazione che passa in rassegna gli idiomi di più secoli in una struttura libera: echi decostruiti ma intercettabili di barocco, jazz, dei turntables e della classica contemporanea, fino a reggere un profondo suono primordiale, di cui abbiamo ipotizzato l’esistenza.

La benemerita triade a corde svizzera composta da Harald Kimming/Daniel Studer/Alfred Zimmerlin si ritrova in un cd per l’ezz-thetics R., in un concerto al Kunstraum Walcheturm di Zurigo nell’aprile del 2018, con la partecipazione di George Lewis a trombone e live electronics. L’ezz-thetics è una serie di Hat Hut R., creata da Werner X. Uehlinger per omaggiare l’omonimo cd di George Russel nel 1961, in cui figuravano gli splendidi assoli di Dolphy ed ospita grandi rappresentanti dell’improvvisazione: nel quartetto formato dai tre svizzeri e l’americano sono note le loro qualità e la perizia profusa sull’improvvisazione, fornita con grande apporto delle tecniche estensive. Lo potete constatare sin dall’inizio, quando in Very Nice si crea un incredibile scenario sonoro, dove sembra di assistere alle operazioni di ingabbiamento del gigante Gulliver da parte dei piccoli lilliput e blefuscu nel romanzo di Swift: pizzicati, strofinamenti, strappi si compongono continuamente assieme ad un trombone che sbuffa in ciò che può considerarsi l’equivalente sonoro di un piccolo reparto di una falegnameria. Un’ottima registrazione fa venir fuori con molto senso della subliminalità gli scatti rumorosi, veri e propri impulsi, le sillabe soffocate qua e là, i suoni impervi e prossimi alla simulazione animale (ho pensato al gufo in alcuni momenti). In Seven Colors and Number Ten, Lewis fa diventare un tantino più protagonista il live electronics, con un base silenziosa e misteriosa che fa da sfondo agli inserimenti notevolmente più controllati del comparto corde, che alla fine trova anche un getto perspicace, mentre in Night Walk si riprende un sostenuto contenuto dialogico; la sintesi elettronica è molto misurata e lascia spazio alla contrapposizione frammentata, il vero driver di questo bellissimo lavoro di improvvisazione: il finale di Tactus and Tatum è probabilmente un omaggio compresso all’idioma jazz decostruito nell’attività dei singoli musicisti, ma è anche un modo per accorgersi di altre realtà della rappresentazione. Mettete questo cd come soundtrack delle situazioni preparatorie alle difficoltà di un film di Tarantino: non si avrebbero risultati distorti rispetto a quelli melodicamente impostati.

Erlend Apneseth è un ventinovenne violonista hardanger della Norvegia, venuto fuori alla ribalta in casa Hubro con 3 cds suonati con un trio percussioni e chitarra elettrica. In occasione del Kongsberg Jazz Festival del 2019 gli fu commissionato un progetto di espansione musicale che il violinista affrontò chiamando in causa un gruppo di conosciuti e valenti musicisti del suo paese, per quello che si è configurato come un supergruppo norvegese: Apneseth chiamò Stein Urheim a chitarra, fretless-bouzouki ed elettronica (un affermato ed apprezzatissimo chitarrista a cui ho dedicato qualche pagina anch’io in passato), Anja Lauvdal a piano, synth ed elettronica, Hans Hulbækmo a percussioni, jews harp e flauto, Fredrik Luhr Dietrichson al contrabbasso (questi ultimi tre, tutte pedine fondamentali dei Moskus, Skadedyr e della Trondheim Jazz Orchestra) e Ida Løvli Hidle alla fisarmonica (alter ego di Frode Haltli); l’idea era di ottenere plurimi stimoli da tutti loro, con arrangiamenti studiati con un approccio libero e tendente alla cristallizzazione dei generi, dando all’improvvisazione comunque una parte fondamentale. Fragmentarium è il risultato di questa collaborazione ed è uno dei migliori cds di musica norvegese degli ultimi tempi: con l’ausilio di elementi ricavati anche dal Folk Music Center di Buskerud, centro di documentazione e produzione musicale del folklore nazionale, Apneseth e i suoi musicisti fissano uno standard di suono accattivante che, in misura maggiore rispetto a similari prodotti di casa Hubro, abbraccia accorgimenti e sfumature dell’improvvisazione che lavorano ad un concetto di libertà e di bellezza tramite la politica dei suoni. Gangar potrebbe sottintendere una modalità coltraniana (ma non la si percepisce chiaramente se non ad un certo punto), e la creazione impatta meravigliosamente tra elettronica misurata, intrusioni calibrate e accenti di folk norvegese; Du Fallande Jord ha un violino che pare raccontare una storia in mezzo ad una musica centellinata nelle soluzioni sonore, dove ogni suono acquista un valore in itinere e scorge persino uno stupore; la libertà si percepisce anche nella title track che sotto uno sfondo di elettronica leggera rimescola idee, senza spigoli, pensando a sviluppare un senso organico del rimescolamento. In Gruvene il free jazz subisce l’aggressione di una melodia, mentre in Det Morknar la tensione prefigura anche oscurità sezionata, ma tutto congiura per un unisono apparente. Eterogeneità ricomposta. Bellissima.

Un flusso strumentale caotico ma straordinariamente armonico è quanto si ricava dalle evoluzioni di The Fantastic Mrs. 10, ultimo cd per Intakt del Tim Berne’s Snakeoil. Con i suoi eccellenti partecipanti (Matt Mitchell a piano e synth, Ches Smith a percussioni, Oscar Noriega ai clarinetti, Marc Ducret alla chitarra elettrica) questo collettivo è sempre in grado di emanare un superlativo livello degli interventi e del materiale musicale. Qualcuno li chiama vortici, altri alluvioni in pianura, ma la verità è che lo spazio composizione-improvvisazione viene sfruttato in maniera egregia, lasciando alla prima strutture accattivanti, generatrici di idee e alle seconde l’immersione nei territori dell’imprevisto e della sorpresa strumentale. In questo ultimo lavoro, un primo top lo avete nella seconda parte di Surface Noise, che prevede un incontro sulle righe di Berne con il pianismo caracollato di Mitchell, mentre un bel scalare vette è quanto si percepisce nella The amazing Mr. 7, dove la creatività di Berne si alloca su un assolo prolungato e spasmodico; Ducret coordina con Mitchell un ottimo duetto puntellato di suoni in Third Option, dimostrando che può star dentro lo Snakeoil tranquillamente, oltre che pesare nell’aggregazione Bloodcount. Resta da capire (almeno per me) chi si celi dietro i “fantastici/fantastiche” signori/e dei numeri evocati da Berne, poiché per la musica la questione è già archiviata.

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Music writer and founder of Percorsi Musicali, a multi-genre magazine focused on contemporary music and improvisation's forms. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 1600 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.