Saltando su più dimensioni improvvisative

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Luca Perciballi, Mattia Scappini - Fragile, frammento Daily Motion

Rassegna di recensioni di musica italiana improvvisata, suonata in maniera non idiomatica, jazz, elettroacustica o con apporto di arti visuali. Ordinate senza nessun ordine di preferenza.

L’etnicità nel jazz non è certo una novità, ma se scaviamo un pò in fondo e guardiamo intorno a quanto viene fatto sull’argomento in Italia, notiamo che sono pochissimi oggi gli attori artefici di un progetto valido, che si giustifica in tempi in cui l’incontro tra culture viene piuttosto bistrattato o messo in retorica; tra questi progetti, quello del sassofonista baritono Giuseppe Doronzo è stato fondato su una riscoperta dell’intensità dei connubi e sulla forza strumentale del musicista: assieme al contrabbassista Esat Ekinciouglu e il percussionista Pino Basile (che ha sostituito Seyed Pourya Jaberi) ha formato non solo l’Ava Trio, ma anche una speranza, quella di riportare il jazz in un valido terreno di scambio culturale che sia sinonimo anche di buona musica. L’ultimo album del trio, dal titolo Digging the sand, è molto di più di un normale turkish o mediterranean jazz, perché ha un’ottica che mira allo sfruttamento delle risorse tecniche degli strumenti, al limite dell’equilibrio della musica improvvisata. Il baritono di Doronzo conosce molte espressioni: in pezzi come Fadiouth fa ricordare una versione speciale del Sonny Rollins del calypso; nella title track, nell’intro che sembra introdurci ai suoni di una banchina portuale, si avverte uno sviluppo che può riepilogare a proprio modo le inflessioni di Dexter Gordon e quelli dei famosi sassofonisti sudafricani; in tutti i casi Doronzo esercita una grande pressione sonora, densità che condivide con un impianto ritmico che, oltre alla trance, si giova di accorgimenti estensivi che vengono posti come sfondi amplificati della coscienza sonora (vedi qui quanto produce dal punto di vista del suono il contrabbasso preparato e una pletora di tamburi bucati al centro da canne). Suscita molto fascino questo allargamento di prospettiva e l’invito è quello di continuare a cercare soluzioni su questo percorso.

Pierluigi Guglielmo è un pittore e musicista che si muove tra Roma e Bonn. Non è certo uno di quelli che vuole mettersi in evidenza, anche se avrebbe credenziali per farlo. Qualche mese fa ha inciso un cd indipendente al Loft Studio di Colonia, dal titolo Concise Distrazioni, dove suona la chitarra elettrica assieme al batterista Egbert Wezel. Pienamente immerso nella filosofia della chitarra free jazz con tanto di frammentazioni, costipazioni e crazy feelings, Guglielmo spazia come un artigiano sull’intera gamma di soluzioni che la chitarra gli può offrire: con 33 schizzi complessivi, il chitarrista a seconda dei casi va sui ponti, sulle estremità, stoppa le corde sulla cordiera, lega note con un intento improvvisativo casuale, è capace di assoli degni di un chitarrista downtown, forniti in scale estensive, su echi e su modalità che tendono a dare l’idea di trovarsi di fronte a “noccioli” di suono. E’ un fraseggio disaggregato quello di Guglielmo, che cerca di mostrare le sue forme d’arte grazie al sostegno di una batteria discreta, non votata alla schizofrenia, dove l’unico difetto che riesco a trovare è solo la prolissità ripetuta degli interventi.

Il nuovo cd del Pericopes, il duo tra Emiliano Vernizzi al sax tenore e Alessandro Sgobbio al pianoforte/fender, è un indicativo viaggio che potremmo fare nella riscoperta del sentimento del godimento musicale. In quest’occasione il duo diventa trio con l’aggiunta del batterista Nick Wight e Up (questo il titolo dell’album) permette uno svolgimento ordinato di una giornata standard di buona vita, attraverso il richiamo emozionale della musica. L’iniziale Wonderland vi invita ad un risveglio al mattino con un bioritmo vivace e felice, che ne prende contezza anche nella successiva Ucronia; il dopo è movimento ed attenzione, è canone del ricordo che non acquista nessuna pesantezza, è riflessione (la parte centrale di Danza di Kuwa). I tre musicisti suonano benissimo: Vernizzi è lirico e coinciso, Sgobbio ti accompagna esattamente nella dimensione voluta e Wight sostiene piccoli turbini percussivi; l’enfasi è jazz, con avvicinamenti alle delizie di certa materia fusion, ma c’è anche lo spazio per rielaborazioni intelligenti, che arrivano con Martyrlied (da un canto luterano si arriva ad una congestione che impegna al massimo emotivo le azioni dei tre musicisti) e con Gorodo Malinov (dove la poesia di Mandelstam sembra lanciare delle occhiate attraverso la musica, con uno splendido ricamo al sax di Vernizzi). Nel finale si ripristina l’aria fresca con La Rentrée, dove Shorter è dietro l’angolo, e si conclude con Sultan of swing degli Straits, in una versione totalmente irriconoscibile per tempi (un rallentamento volontario) ed umori. Questa è musica che riconquista gli animi, perché libera di trovarsi in quel mondo necessario che l’uomo sta da tempo tentando di bruciare con la sua indifferenza.

Nella recente produzione del percussionista Ivano Nardi, dal titolo Homage to Kandinsky, si trovano le ragioni di un esperimento che sembra non stancare mai molto: coadiuvato da un trio di veterani dell’improvvisazione, formato da Eugenio Colombo (sax, flauto), Roberto Bellatalla (contrabbasso) e occasionalmente Roberto Schiaffini (trombone), Nardi cerca di sottolineare quanto il pittore ha fatto nell’individuazione di un rapporto non solo astratto tra colori pittorici e strumentali, ma anche la scoperta di una gradualità intermedia. Concentrarsi su queste derivazioni musicali dell’ottica visiva può servire certamente per riempire il bicchiere dell’improvvisazione quando esso si ritiene vuoto, attraverso flashes di musiche passate adatte allo scopo, che real time sovvengono nell’interplay o nel momento esecutivo. Perciò, ad esempio, il rosso è acceso e fila dritto con molti accorgimenti musicali (pezzi di bop, pezzi della giungla sonora dell’Art Ensemble of Chicago, iconografie di musica improvvisata post-Bailey); Nardi è protagonista di 4 soli che affrontano l’associazione del giallo indiano, del chiaro/scuro, del viola e del rosso magenta, con dei suoni percussivi totalmente svincolati dall’idiomaticità e ricavati dall’esperienza dello strisciare o del colpire oggetti in altro modo, ma direi che in generale, con Homage to Kandinsky si scopre un percussionista che apre porte singolari e sintomatiche dell’improvvisazione libera.

Se è vero che si può trovare uno stile nello sviluppo di un pezzo, è anche vero che necessario convogliare tecniche e stimoli virtuosi verso l’idea di un contesto musicale che riesca ad essere sensitivo, faccia percepire all’ascolto. E’ quanto ogni pianista aspira di consegnare al pubblico, determinando con le proprie azioni sullo strumento quel difficile passaggio: nel quartetto organizzato dalla pianista Roberta Baldizzone (con Gabriele Fava ai sassofoni, Ricardo Costa alla chitarra elettrica e Marcello Canuti alla batteria), il jazz tenta di adoperarsi a questo scopo. Un brano come Beta Test, che prevede determinate espansioni sulla tastiera, può far subito capire che esistono ancora spazi per un incontro speciale sui timbri e le tessiture; nel brano Solo, la Baldizzone si inventa una prima parte auralmente scalare e senza ostacoli come il cammino sulla linea di Cavandoli, per poi cadere in una fase romantica ed armonicamente più lineare. Changing textures (questo il titolo del cd) è perciò un inizio di carriera perspicace, che fa ben promettere sul futuro della pianista, che già sta piantando un solido terreno d’attrazione nel suo settore, e che mette in campo anche un affiatamento espressivo del quartetto, in grado di intervenire con soluzioni musicali efficaci e mature che a volte diventano attive, dolenti o mutevoli a seconda dello spazio pensato.

I VipCancro è il progetto elettroacustico che riunisce un quartetto di musicisti composto da David Lucchesi, chitarra acustica contro amplificazione, elettronica, tape e computer, ossia Alberto Picchi, Andrea Borghi e Nicola Quiriconi. I quattro hanno registrato due pezzi pubblicati tramite piattaforma bandcamp, fornendo un mini album dal titolo Su se stesso: si tratta di improvvisazione ispirata al concetto di identità dell’arte, intesa come momento di auto-indagine dell’artista, luogo di comprensione di quanto fa e di quanto può caricare su di sé. Calato nella musica dei quattro musicisti, l’identità è un’entità separabile, libera da stereotipi che mette in primo piano un patchwork sonoro derivato da chitarra, oggetti e particolari enfasi dell’elettronica a vario titolo: è un ambiente amniotico che si nutre di gettiti sonori, di fonti elettriche e caustiche, liberamente interpretabili (in alcuni momenti si potrebbe ricondurla ad un field recordings impuro). Quel sordo tramutare, quella elettricità immessa nel sistema, unita ai tocchi estemporanei di Lucchesi alla chitarra, paiono davvero un riempimento ideologico, una scia che proviene dalle idee di Rowe e Bailey. L’unico difetto è che manca un pò la capacità di provocare delle associazioni forti del pensiero.

Si rinnova il connubio tra Luca Perciballi e Mattia Scappini, per un nuovo frame del Fragile sound e ogni volta l’intersezione tra mondi musicali e mondi visivi è di una bellezza disarmante: è un gioco esaltante che si somma in potenza da due dimensioni, dove quella musicale riempie lo spazio sonoro con una ricchezza ontologica dei suoni, mentre quella del disegno in live painting è un’incredibile riserva di sorprese da destinare agli occhi. Per questo nuovo Hitting the angles again c’è un video e una serie di avvenimenti da descrivere: si inizia con un drone di chitarra superbo, su cui Scappini costruisce degli sfondi cangianti che ad un certo punto diventano dettagli, come alberi in lontananza; poi, dopo 5 minuti circa, con sventagli e ingorghi di live electronics, la musica introduce la nascita di costruzioni sviluppate con il senso dell’osservazione che si compone dal basso verso l’alto; i cambiamenti musicali diventano veloci come in una sorta di corsa prefigurata dalle scansioni ritmiche e si abbinano ad incrementi di strati (c’è persino qualche sprazzo cacofonico dal sapore bauhaus che potrebbe essere frutto di un montaggio); ma poi i palazzi si oscurano, si macchiano di impronte e piano piano ci troviamo in un astratto paesaggio di montagna, con saliscendi senza colore, ingelatinato in una velina di celofan, ma con Perciballi che apre l’armonia del suo strumento per sostenere l’ariosa immaginazione del posto e dimostra come conosca l’arte di saper confrontare intimità aurali, come sappia quali siano le manovre sulle corde utili per creare gli effetti sonori, aiutandosi con il live electronics. Quando le costruzioni ritornano con una prospettiva frontale fino al loro azzeramento attivato con pannelli muniti di chiarore, la chitarra di Luca langue e tale condizione accompagna il cambiamento del disegno su quello che pare un lago con forme progressivamente inquietanti al suo interno. La chiusura batte sul parossismo complessivo dell’opera, con Scappini che lascia andare l’acqua sul disegno monitorato. Rispetto al primo Fragile, potrei notare un decremento dell’esilarante contesto chitarristico che sottoponeva a sforzi notevoli il chitarrista modenese e che lo avvicinava agli esperimenti downtown newyorchesi, ma la musica nella sostanza emotiva non ha perso nulla ed anzi congiura, per come è combinata (naturalmente in sintonia con l’arte visuale di Scappini), di diventare protagonista delle eccellenze dell’anno.

Slam dunk project introduce al bravissimo sassofonista Biagio Coppa: sia al tenore che al soprano, Coppa mostra una grande esperienza e una padronanza dello strumento fortissima, che stranamente non vedo riconosciuta abbastanza nelle riviste di settore. Nel suo impianto stilistico non c’è un jazz stantio, ma una fioritura di riferimenti che vanno nel senso del free o comunque nell’innovazione dei generi jazzistici. In questo cd suonato nel segno della classica formazione in trio jazz con Marco Rottoli e Matteo Rebulla, si sentono anche condensazioni free, multifonie, post-bop, temi di remota affiliazione canterburiana, uso di tecniche estensive come il colpo di lingua, persino modalità (vedi qui) e la capacità di improvvisare di Coppa, dopo un tema scattante, viene esacerbata da una legatura formidabile delle note e delle differenti distanze ritmiche. Coppa ha un fraseggio impostato un pò alla maniera di un Binney o di un Potter, con quel grado di pulizia dei grandi sassofonisti, perfettamente mantenuto negli sviluppi improvvisativi.

Il maestro e Margherita è un romanzo di Michail Bulgakov, scrittore e drammaturgo russo del novecento, considerato tra i più importanti di quel paese. Il romanzo citato fece molto scalpore all’epoca della sua pubblicazione poiché metteva in parallelo due storie in cui molto importante era l’influenza satanica sulle decisioni dell’uomo: su Margherita, una donna disposta a qualsiasi cosa per ritrovare il suo amante e su Ponzio Pilato, relegato al confinamento psicologico per le scelte su Cristo. Su questa storia Massimo Barbiero, Eloisa Manera e Emanuele Sartoris hanno basato un progetto di rielaborazione ben lontano da una rappresentazione dirty o diabolica dei fatti, che pur si è verificata in altri campi dell’arte e persino in musica (i Rolling Stones trassero lo spunto per Sympathy for the devil): Woland (titolo del cd e incarnazione di Satana nel romanzo) traccia un percorso classico, fatto di sottili rimandi acustici e cameralità benefica, con isole armoniche che fanno sponda al jazz e al classicismo. Nei 10 brani che lo compongono si percepiscono eleganza, tenerezza, confronto non inquieto e comunione di intenti con l’epilogo del romanzo di Bulgakov: la redenzione di Pilato, liberato dai suoi rimorsi e l’incontro dei due amanti che eternamente si uniscono sereni e riparati nel loro rifugio, danno l’idea che sia questa la vera chiave di volta per giungere ad un senso ottimale della libertà, da applicare non solo alla musica, ma alla vita in generale. Ecco, dunque, che Woland contiene un fondamento di bellezza filosofica, che non ha timore delle trasformazioni non necessarie tra pianoforte, violino e percussioni, un terreno dove i musicisti lavorano di fino con soluzioni squisite e dinamiche.

Nei pensieri del contrabbassista Simone Di Benedetto c’è tanta cultura della profondità. Di Benedetto legge libri importanti e ha un’idea precisa di cosa fare nel campo musicale, che a suo tempo giù intuii. L’ultimo cd, pubblicato in trio con Marco Colonna ai clarinetti e Ivan Liuzzo alle percussioni, è un ulteriore conferma di come il contrabbassista abbia preso come riferimento gli studi timbrici classici (in 3 brani figurano dediche a Grisey, Nono e Ligeti) e abbia cercato di trovare delle soluzioni nell’improvvisazione. In Zarkan Timewise i compiti dei musicisti sono quelli di realizzare una serie di “affondi” strumentali, per vivere (e far vivere) le interiorità del suono: può accadere dilatando la pressione su una corda adeguatamente amplificata, o con un insufflato o la ricerca di un armonico, con un vento percussivo aditato dalla microfonazione, con una scansione temporale e finanché inventando una sorta di danza discreta, utile per precipitare nel suono assieme a pause enigmatiche. Zarkan Timewise è ricerca dei dettagli del suono con aggiunta dei suoi criteri di navigazione, musica che si ascolta ad un livello di intromissione elevatissimo e che presuppone artisti eccellenti, in grado di fare da trasmettitori in questa impresa di debordo nel suono. Si fa rilievo in un contesto bucolico, con una visione ultima della musica che dall’improvvisazione ricava un senso di saggezza metafisica, poiché è sana, prudente, temperata, moderata.

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Music writer and founder of Percorsi Musicali, a multi-genre magazine focused on contemporary music and improvisation's forms. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 1600 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.