L’anima ai piedi: intervista a Marta Mattalia

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Credit foto: Karin Kulova

Marta Margherita Mattalia vive tra canto, scrittura e viaggio. Studia le potenzialità della voce e trascrive nel canto l’impronta del suo peregrinare. Molti gli scali, le coincidenze, i treni sulla Sleeper Class delle Indian Railways accumulati in questi anni: lei parla di “patrimonio”.
Su tutto agisce una necessità: come restituire?
Ho letto a ritroso fino agli inizi di questo 2020 la sua condivisione sui profili Facebook Instagram dove firma un diario sconfinato tra note cantate e scritte.
Nel nostro incontro abbiamo approfondito gli snodi del suo percorso che ci han portato fino all’ultimo videoclip girato dentro le grotte di Shiva a Gokarna, India. Dalla culla di un viaggio s’innalza la sua voce per attraversare gli spazi e avvicinarsi ad un ascolto.

                                                                ***

AS: Ricordo quell’unica volta in cui io e te ci incrociammo di persona in stazione a Cuneo. Ero appena arrivato per un weekend di lezioni al Conservatorio Ghedini, tu invece eri pronta a partire per Vicenza dove studiavi musica indiana al Conservatorio Pedrollo.
Uno scambio di direzioni il nostro: io dal Veneto, tu verso il Veneto.
Dove ti trovi adesso, Marta?
MMM: Sono da poco rientrata in Italia dal mio ultimo viaggio in India. Sono passati molti anni dal nostro incrocio in stazione, abbiamo mantenuto paradossalmente un contatto di forte sintonia mista a mancanza fisica.

AS: Usciamo da questi mesi di quarantena con domande che approfondiscono proprio il valore di parole come connessione e contatto. L’isolamento ha stravolto il nostro concetto di vicinanza.
MMM: Penso che il diffondersi del virus e le conseguenti restrizioni abbiano generato una grande opportunità per tutti, e che ognuno possa aver trovato nelle proprie condizioni di partenza un trampolino per affrontare un viaggio. È stata un’occasione ad ogni livello, dal globale al più intimo. Qualcosa di piccolo ha innescato dei limiti apparenti, ma sono convinta che dai recinti possano spalancarsi i mondi.
Chiudevo un testo scritto durante il lockdown con questo pensiero: «Auguro a ognuno di farsi amplificare dal niente a cui siamo finalmente costretti.»

AS: Parli di opportunità nel limite: tante volte leggendoti ho associato al tuo pensiero la figura retorica dell’ossimoro.
MMM: L’ossimoro è lo strumento che mi permette di tradurre nella scrittura il concetto di opposto, uno stimolo costante nel mio viaggio di ricerca. È un concetto fondante a livello filosofico, spirituale e fisico: il Bene e il Male, lo Yin e lo Yang, il caldo e il freddo. Gli opposti sono le energie che determinano la dinamica del mondo e della realtà, creano la battaglia e la riunificazione dentro ciascuno di noi. Mi interessa azzardare verso gli antipodi per accogliere quanto più è possibile. Anche dove è nero, inaccettabile, osceno. La comprensione e il contenimento di forze non aderenti fra loro allargano i confini del nostro spazio.

AS: Ti chiami Marta Margherita Mattalia. Metto in luce il tuo nome completo perché a me sembra che contenga un altro ossimoro.
Marta mi conduce verso Marte oltre il cielo.
Margherita mi fa pensare ovviamente al fiore, figlio dell’erba, creatura ancorata alla terra.
Una R centrale appare come trait d’union fra una distanza.
MMM: Dinamiche di magnetismo e contrapposizione uniscono insieme la Marta spaziale alla Margherita terrestre.
Marta è Marte, il pianeta rosso, è marziale, il dio della guerra si chiama Marte. È un elemento maschile che nel mio nome s’impone, sta in prima linea.
Margherita si nasconde, ha la fragilità del petalo bianco e il potere femminile della connessione alla terra, ed è quella che mi mette più alla prova.
Naturalmente parlo di qualità di forze, non di uomo e di donna.
Tra Marta e Margherita ci sono appassionati conflitti, ma grazie a questi io sto viaggiando. Al tentativo di sancirne pace.

AS: Ho cercato il significato del tuo nome e mi accorgo solo adesso che il tuo onomastico si festeggia oggi, il 29 luglio. Il tuo nome ha origine aramaica e significa “signora, padrona della casa”.
MMM: Di certo è una coincidenza-non-casuale questo nostro discorrere sul mio nome proprio nel giorno dell’onomastico!
I miei genitori scelsero questi nomi senza conoscerne i significati. Dai loro racconti so che Marta ha spinto alla decisione per il suono R, che gli suggeriva l’idea di “qualcosa che rotola”. Ascolto quindi in questa consonanza il senso del movimento, e insieme la radice, quella della doppia R di terra.
Se Marta significa “padrona della casa”, forse lì è racchiuso un innesco alla partenza. I viaggi cominciano da un punto, da un’origine. La casa per me è soprattutto una condizione interna, una disposizione. A mano a mano sto affinando gli strumenti del viaggio, che considero un lavoro, inteso nella sostanza più stretta: apprendere di esistere. Suona come un processo mentale, invece si svolge nella sfacciata straordinaria concretezza quotidiana. Mangiare, dormire, camminare. Più prendo confidenza con i miei riferimenti interiori, più riesco a spingermi in là. Parto quasi sempre da sola. La casa ha quindi a che fare anche con la solitudine.

AS: Immagino che per te partenza e ritorno siano gli opposti della stessa sostanza.
MMM: È come entrare in un labirinto, per raggiungere il centro devi camminare deviando verso direzioni inaspettate. Ci sarà sicuramente un punto in cui sarai lontano dall’arrivo, eppure ti stai avvicinando.
Questa mattina ho passeggiato lungo la riva di un fiume fino a raggiungere una chiesa. Al suo interno, in silenzio, ho ripensato alle moschee del nord Africa, una sinagoga nel Medio Oriente, i templi affacciati sul Gange. Ad un passo dai miei luoghi di sempre ho ritrovato la stessa matrice degli spazi di culto lontani migliaia di chilometri. Il viaggio ti fa scoprire le ragioni spesso trascurate di ciò che ti è vicino. Così vicinanza e lontananza diventano un grande uno. Questa chiesa, quel tempio, quella moschea nascono da una stessa tensione. Il centro è ovunque tu sia, anche se ti pensi disperso ai confini del mondo.

AS: Ho la sensazione che molto del tuo agire nasca da una necessità più che da una decisione.
MMM: Oggi conduco un intreccio di canto e viaggio che non avevo previsto.
Dieci anni fa mi immaginavo con un altro futuro, sognavo una posizione dentro l’industria discografica, di dischi e tour come frontwoman di VOV, un duo musicale fondato insieme a Davide Arneodo, che rimane comunque un’esperienza molto importante del mio percorso (n.d.r. Amarsi a Gomorra è uno dei loro ultimi brani). Ma riprendendo l’immagine del labirinto, sono giunta dentro strade inaspettate.
Le decisioni che prendo sono frutto del tempo che offro a me stessa e agli eventi per il loro maturarsi. Sto integrando sempre di più la parola “necessità”, su cui tu poni l’accento, alla resa al flusso degli eventi. Rendersi non nel senso di arrendersi, ma di stare con sincera presenza, ricevere e lasciare andare.
Scegliere è un’azione importante, ma quella che a me sta stretta è l’idea dell’obiettivo. È un’affermazione che può sembrare controproducente in una società che fa dell’obiettivo un perno del suo sistema, ma io credo che questo assetto mentale imponga strade più prevedibili, perché le deviazioni fra te e il punto finale sono considerate errori anziché opportunità di scoperta e crescita (se non altro di compassione verso sé stessi). Inesorabilmente e fortunatamente, ci pensa la vita a metterci i bastoni fra le ruote.
Mi sono messa in viaggio con lo zaino senza un preciso ideale rispetto alla ricerca musicale “esotica”. La via del canto è arrivata da sola, materica e inevitabile.

AS: Data la tua resistenza agli obiettivi, mi chiedo se il tuo agire comprenda anche un affidarsi.
MMM: Credo sia un amalgama di forze: possiamo scegliere e agire, ma nella consapevolezza, nell’accettazione e perché no anche nella gioia, che la gran parte delle variabili negli eventi sono fuori da ogni nostro controllo. Questo è confortante e terrorizzante. Siamo immersi dentro un’orchestra di relazioni. L’azione intraprendente resta sempre e comunque un’azione interdipendente. Basti pensare che le funzioni vitali senza le quali non saremmo in vita, come il respiro, il battito del cuore o la digestione, avvengono ogni giorno slegate dalla nostra volontà!

AS: Sull’account SoundCloud si possono ascoltare le tue Audiostorie di racconti di viaggio a voce alta. La tua espressione fiorisce nel canto, nella scrittura e nei tuoi pellegrinaggi. Non sembra che questi linguaggi siano regolati da una gerarchia, ma siano molteplici forme di te.
MMM: Dopo aver studiato vocalità afro-americana ho intrapreso un master alla Scuola Holden di Torino, basato sullo studio dello storytelling. In quel periodo ho smesso di cantare, al punto da temere di aver perso il fuoco sulla mia principale necessità. Il focus di questo biennio riguardava la ricerca dell’autorialità, intesa come lo stile che ci rivela, e una volta concluso il percorso mi son accorta di aver trovato una fonte più vicina all’essenza anche per la voce cantata oltre che per quella scritta. Ho tracciato un percorso per accedere a una risorsa. Nel silenzio, ho costruito un tempio intorno all’altare del mio canto.
Canto, scrittura e viaggio sono diverse manifestazioni della stessa sorgente. Oggi non riesco più a definirle arte o passioni, preferisco chiamarle pratiche.

AS: Ti sei spinta in Oriente, su un fronte lontano e diverso da quello occidentale. Aam è uno dei tuoi più recenti progetti sperimentali per RudraVeena e voce.
Oggi canti in una lingua che non è la tua nativa, canti un genere distante da quello dei tuoi esordi.
Mi ha colpito un pensiero sul canto che hai scritto in una tua testimonianza – qui consultabile. Dici: «Per me cantare è un atto che va oltre la musica, per cui se non può esprimersi in forma sonora cercherò di veicolarlo attraverso canali più silenziosi.»
Le parole di questo nostro incontro saranno raccolte in una rivista che si chiama “Percorsi Musicali”: cos’è per te il canto?
MMM: A mano a mano ho cercato di ripulire sempre di più l’azione performativa dal bisogno di dimostrazione o riconoscimento agli occhi del contesto sociale, perché è una tendenza che mi pesa e destabilizza. Voglio cantare come restituzione di ciò che mi è stato offerto durante questo passaggio terreno. C’è qualcosa di misterioso nel come la condivisione rappresenti un bisogno primario, ma pare sia così.
Dalla mia cultura di origine ho acquisito una formazione più tecnica e stilistica. Quando ho incrociato le strade del canto nei luoghi dei miei viaggi, ho capito che ero andata in cerca di un ingrediente che nella cultura occidentale è andato sempre più a estinguersi. Lo strumento della voce umana ha delle potenzialità che vanno al di là della funzione di intrattenimento e spettacolo a cui è spesso relegata nel nostro sistema. In India, ho sentito ancora presente e reperibile l’utilizzo della voce come tramite fra dimensioni, esperienza del sacro.
Anche nella storia d’Occidente la musica e il teatro nascono con lo scopo di connetterci ad altro, è intrinseco a noi il desiderio di espansione a forze maggiori – penso al Coro nel Teatro dell’Antica Grecia, ai canti gregoriani, alla ritualità, quindi alla preghiera, al gioco. Ma in questa epoca storica sono tradizioni e significati che associamo ad esigenze di salvaguardia, distaccate dal contesto attuale. In India ho incontrato Maestri viventi e mi sono avvicinata alle pratiche del canto Dhrupad, una delle più antiche forme di musica classica indiana, e alla tradizione spirituale e musicale del canto Baul. L’ultimo videoclip l’abbiamo realizzato nelle grotte di Shiva a Gokarna: Guru Pode Mon Aache Jaar. In bengoli vuol dire “Colui che ha l’anima ai piedi del Maestro”. È una composizione del poeta Goshai Hori, eseguita da voce e ektara, uno strumento a una sola corda.
Non mi interessa definirmi in un certo stile: ho attraversato il jazz, la vocalità afro-americana, il musical, il rock, la musica indiana. Si tratta di far passare la mia voce attraverso diversi contenitori, apprendere nuove forme e uscirne trasformata. Il canto nasce dal corpo, volge ad altro e trascende.

AS: La ricerca nel canto viaggia parallela al maturarsi della tua persona.
MMM: Chandra Livia Candiani, una delle mie poetesse preferite, afferma che “Cambiare vuol dire diventare profondamente te stessa”. La realizzazione per me sta nell’atto del trasformarsi in moto perpetuo. Conoscermi significa smascherarmi, un processo in cui togliere svela ricchezza, e questo lo faccio con la mia persona e con la voce. In India ho vissuto i giorni della quarantena come occasione per lavorare allo smantellamento: uno strato dopo l’altro, come una cipolla, fino a scoprire che nell’essenza non sei più. Forse non essere è molto più vasto di essere.

AS: Siwa e sale è una composizione narrativa-musicale sui temi della maternità e della morte. So che sei nata a novembre. Nei tuoi scritti parli spesso di vuoto e l’autunno è la stagione della caduta delle foglie, dei rami secchi: la natura si disfa per potare il concluso.
MMM: È un denudarsi, un decomporsi e sparire perché l’autunno è la preparazione alla morte. Ma è anche il tempo del letargo, della preservazione della vita. La morte è vuoto e moto: pensiamo a lei come a qualcosa di definitivo, ma io credo sia fonte di nuova creatività. Non parlo solo della fine della vita, penso ad ogni singolo punto che apre al pensiero successivo del discorso. Si muore ogni volta che finisce qualcosa, un bicchiere di vino, un contratto di lavoro, una storia d’amore, e imparando a morire noi cresciamo. Il vuoto è un grembo fecondo, il buco nella terra accoglie i morti e i semi.
Una delle esperienze più importanti della mia vita è stata la morte di mia madre avvenuta un anno e mezzo fa. L’ultimo suo grande dono è stato il condurmi per mano alla porta fra la vita e la morte. È stato un atto intimo, misterioso e luminoso. Le sono riconoscente per essersi donata fino alla fine. Mi ha confermato che le mie percezioni sul potenziale della morte avevano un senso. 

AS: Il nostro percorso è approdato alla parola “morte” per mettere in luce la creazione, la fioritura. Eppure oggi possiamo imbatterci anche in un finto pieno saturo di nulla.
Come stai in questo mondo precario e strutturato, armata di voci e di insegnamenti così sensibili?
MMM: Senza retorica gandhiana, credo che ogni rivoluzione nasca da qualcosa di intimo. La sperimentazione del mondo fisico arriva nei processi invisibili. La mia corazza è denudarmi. Questo per me significa restituire, stare nel mondo. Da guerriera imparo a non difendermi.
A ognuno è concessa la grazia del passaggio terreno e questo ci apre al concetto di eredità: snoccioliamo quello che siamo giorno per giorno, con il nostro decidere e agire. Mi chiedo continuamente attraverso quali canali tessere uno scambio efficace con il mondo di tutto il patrimonio che contengo.

AS: Ora credo sia giunto il momento di cogliere anche Margherita. La margherita si staglia da terra al cielo, ama con la sua vulnerabilità cantando da uno stelo verso il mondo.
MMM: È percorrendo le nostre insicurezze che contribuiamo alla nostra forza.
Talvolta le margherite sanno germogliare spaccando l’asfalto delle strade.
Anche se sembra assurdo, a questo punto del percorso penso all’amore senza riuscire a collocarlo in una definizione. A forza di abusare della parola spesso tendiamo a ridurne il significato e perdiamo le infinite possibilità di cui è capace.
Lo scorso febbraio ho concluso una relazione sentimentale dopo mesi di strascichi. Una mattina, mentre ero in piedi di fronte all’oceano, un’onda è arrivata a bagnarmi i piedi e ho scoperto di essermi disinnamorata. Siamo soliti pensare alle farfalle nello stomaco per la nascita di un amore, invece io ho sentito esplosioni cosmiche grazie alla gioia reale e acquisita di una nuova trasformazione.
Forse amore è com-prendere l’incontenibile, proprio per questo rappresenta la suprema accettazione. Amore è l’indicibile. O se vogliamo dirlo è meglio congiungerlo all’infinito: amare. Che sia in movimento, un “amo” che non sia delimitato da pronomi a precederlo né complementi a direzionarlo.
Sulla spiaggia di Gokarna ho scritto queste parole sul tema dello s-confinamento: “Affondo nella meschinità che ci appartiene, raccolgo la miseria e ascolto cosa ha da dire. Dice, ama.” La margherita resta a terra e si dispone all’universo. Agli altri pianeti, alle stelle, alle galassie, al buio.

AS: Proprio a quest’ultimo tuo post a cui ti riferisci, ricordo di aver commentato chiedendoti dove vai a finire quando sconfini vicina ad un linguaggio senza confini.
Penso che con il canto e la tua persona tu atterri sulle nostre questioni umane per librarti nel volo.

                                                                                                   Mestre, 29 luglio 2020