Nel suo libro Improvisation: its nature and practice in music Derek Bailey non esprimeva certamente il suo rammarico per un’inventiva del musicista composta di relazioni abituali o stereotipi consolidati dalla pratica:
“…Habits -technical habits and musical habits (clichés)- are quite consciously utilized by some performers. And there is a type of creative impetus which can come from playing well technically which can’t be achieved in any other way…“.
La dichiarazione di Bailey contiene molta verità e la storia dell’improvvisazione ci ha insegnato che la creatività passa da un vanitoso processo di situazioni emergenti o contingenti che rientrano nell’esperienza del musicista. I più bravi hanno più risorse, più indicatori di percorso, tante risoluzioni in tempo reale.
Il contesto descritto è ben applicabile alla musica per contrabbasso di Mirco Ballabene, che trasferisce su supporto discografico il suo concerto in solo a Reggio Emilia al Centro Sociale Spallanzani nel novembre del 2024, durante gli incontri del Jazz agli Orti curati da Nazim Comunale (lo puoi vedere qui). Il concerto ha trovato casa all’Aut Records del bravo Davide Lorenzon. Troviamo Ballabene assolutamente privo di orpelli preparatori o elettronici del contrabbasso, calato in una classica immersione di free improvisation che si divide in tre approcci: il primo, di circa 30 minuti, è concentrato su dinamiche concertate con l’archetto; il secondo, 10 minuti all’incirca, è proliferazione di note, scale e pizzicati profusi interamente con le due mani libere; il terzo, oltre 5 minuti, si occupa di riempire una relazione tattile con il contrabbasso con mani sul legno e sulle parti inarmoniche. Il finale, l’ultima traccia del disco, torna all’archetto esclusivamente per eleggere un bis e una chiusura del cerchio.
In ognuna di queste fasi Ballabene si fregia dello stato ontologico della performance improvvisativa, evidenziando un terreno di conoscenze che non so quanti contrabbassisti italiani siano in grado di possedere allo stato attuale. Ballabene usa un paio di tecniche che mi ricordano il passato glorioso di contrabbassisti che sono stati gli iniziatori dei processi non idiomatici dello strumento: una è certamente quella del sganciare a piacimento le chiavi di intonazione delle quattro corde mentre si suona, una tecnica ben applicata da Peter Kowald; un’altra è l’accompagnamento vocale nel durante musicale, una tecnica strettamente condizionata da una logica performativa e teatralizzata di cui Joëlle Leandre è stata una grande maestra. Ballabene, poi, libera il suo potenziale con altre manovre, che mirano a creare un mondo comunicativo presentato come un sotterfugio di valorizzazioni del contrabbasso: tiene, per esempio, strette in una morsa le quattro corde passandoci sopra l’archetto con movimenti calibrati, oppure elabora dei sussulti vocali e musicali che giocano su un dialogo immaginario con lo strumento (qualcosa che sta tra il rispettoso, l’educativo e l’incitamento all’azione).
Live agli Orti, pertanto, è fedele ad impostazioni conosciute nella free improvisation come la ricerca di risonanza non consueta o di una gestualità commisurata a quanto la musica contemporanea ci ha insegnato, ma è anche creatività allo stato puro, dispiegata in tempo reale. Se ci pensiamo bene la letteratura del solo contrabbasso è terra dei contrabbassisti più coraggiosi e Ballabene certamente non è sprovvisto di coraggio, alla luce di prestazioni che sono veramente speciali (per via dei timbri dello strumento e della creazione di una dimensione d’ascolto scura e catturante). In Live agli Orti non c’è attrito che non susciti interesse, è un cammino fluido e profondamente immerso in un’area emergente di possibilità e potenzialità. In altre parole, ammette un ‘mondo’ musicale di cui facciamo ancora fatica a riconoscerne le qualità.






