Sulla notazione della musica elettronica

0
168

L’esigenza di trascrivere in qualche modo le parti di elettronica previste per una composizione è faccenda che ben presto occupò la mente dei compositori. Nella prima parte della seconda metà del novecento, epoca in cui la tendenza della musica si stava pian piano concentrando sull’analisi del ‘timbro’, i compositori sembravano incapaci di prendere risoluzioni efficaci per rappresentare quel parametro in una scrittura autonoma o integrata, ma in realtà erano già state pensate forme di notazione funzionale delle parti di elettronica; Karlheinz Stockhausen a Colonia dimostrò che la preoccupazione della notazione del ‘timbro’ era una questione secondaria e in fondo non assolutamente esaustiva di tutte le fasi che attengono ad una composizione elettronica o elettroacustica sia nella costruzione generale che nella prassi esecutiva: le manipolazioni delle apparecchiature (all’epoca filtri, oscillatori, etc.) nonché la programmazione dei suoni (la sintesi) potevano essere descritte con esattezza. Le esternazioni di azioni e processi

Articolo precedenteGiacomo Salis: Act of seeing
Articolo successivoLuigi Esposito: sulla pittografia musicale
Music writer, independent researcher and founder of the magazine 'Percorsi Musicali'. He studied music, he wrote hundreads of essays and reviews of cds and books and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.