Sulle alchimie viste come chimica primitiva per la mente c’è un lungo tragitto da fare a ritroso nella civiltà per individuarne l’importanza, tuttavia l’avvicinamento scientifico più produttivo è stato quando all’inizio del Novecento Carl Jung intravide i benefici di un linguaggio elaborato per l’inconscio; è con Jung che si sono formalizzati in maniera definitiva almeno 7 stadi di trasformazione interiore (crollo dell’ego o calcinazione, dissoluzione, separazione come discernimento di verità individuale, congiunzione, fermentazione o rinascita, distillazione o anche illuminazione, coagulazione vista come completezza di spirito e materia). Tutte queste fasi sono basilari per procedere ad un perfezionamento spirituale in cui si riconoscono i propri limiti e si lavora per un’autenticità reale.
Su questa materia, debitamente applicata alla musica, Ivo Perelman è certamente uno dei più competenti e un magnifico duo con il trombonista Ray Anderson ne è la prova. 12 Stages Of Spiritual Alchemy insinua sin dalla titolazione quel processo di trasformazione dell’animo che tende a trovare l’armonia e l’unità con l’Universo e i due musicisti ne ampliano i confini, integrando altre 5 fasi del cambiamento alchemico (putrefazione, sublimazione, esaltazione, proiezione, moltiplicazione, nutrimento) che potrebbero essere anche viste come passaggi intermedi di quelli ufficiali; dal punto di vista musicale è chiaro che i due musicisti si sono uniti in una seduta improvvisativa per replicare questi miglioramenti dell’anima e lo hanno fatto con un’incredibile creatività. In 12 Stages of Spiritual Alchemy Perelman e Anderson ammettono la loro complicità, niente laconiche escursioni coltraniane dilazionate nello spazio, piuttosto una serie di soluzioni improvvisative che sono apoteosi di dialogo, uno che si crogiola nella ricerca di punti di convergenza umorali, di simulazioni, di veloci annientamenti delle linee melodiche, di espressioni abrasive o acute, in ossequio al tema. Le dodici fasi di Perelman e Anderson hanno a che fare con una visuale pratica del cambiamento spirituale, una che privilegia l’atto artigianale, il vissuto estemporaneo o il metodo bizzarro, aiutati dalle tecniche non convenzionali: tracce come Conjunction o Sublimation, poste al centro del percorso trasformativo, sono il fulcro dell’impegno che i due musicisti hanno profuso nel complesso significato alchemico, per indicarci che c’è un lavoro da fare in tutte le nostre anime. Poi, per quanto riguarda Perelman, è anche un motivo per ascoltarlo di nuovo in relazione con un trombonista come Anderson (suonò con lui in Molten Gold con un quartetto) e scoprire la pulizia estensiva dei suoi interventi (ostruzioni, borbottio, escrescenze, etc.).
Conosciamo le innumerevoli collaborazioni di Perelman con altri musicisti. Sappiamo che quella con Matthew Shipp sarà difficilmente battibile in quantità e qualità del lavoro, tuttavia un’attenta riflessione sul percorso artistico di Ivo ci consente anche di trovare altri musicisti per i quali il sassofonista brasiliano ha avuto un debole e ha profuso plurime esibizioni (pensate al compianto Dominic Duval, a Joe Morris o a Gerard Cleaver). Penso che con il trombettista Nate Wooley si possa cominciare a pensare la stessa cosa. Polarity 4 è infatti il quarto duetto tra Perelman e Wooley con improvvisazioni che meritano un elogio musicale per la bellezza degli interventi e insinuano una riflessione sul cammino voluto dai due artisti, ma sul punto mi preme anche fare una congiunzione con il contenuto semantico dei dipinti di I.A. Freeman, pittrice astratta e nota curatrice della rivista burning ambulance, che per i 4 CD di Polarity ha provveduto a sostituire la consuetudine dei dipinti di Ivo che normalmente formano la copertina dei CD del sassofonista tenore; se ci fate caso, ogni polarità è rappresentata con differenziazioni:
1) la prima polarità si presentava con campi di colore blu e giallo al centro di uno sfondo che dà di vetrato, strettamente a contatto e dalla forma intagliata; nella mia recensione dell’epoca parlavo di ‘senso della libertà d’espressione e di ricerca di simmetrie timbriche’;
2) la seconda polarità dà l’impressione di un bittico realizzato con due sezioni contrapposte entrambe con dettagli da percepire, una sezione che richiama un’area di attività vivida, l’altra praticamente formalizzata su un fondo blu scuro; si può pensare ad un bittico musicale tra aree di conoscenza dove dicevo nella mia recensione che “i due musicisti pongono come parte essenziale della loro espressione lo spazio relazionale, vissuto in una forma plastica: ciò che è importante è l’istante, i profili musicali casualmente raggiunti, in alcuni casi forieri di vere novità persino per gli artisti”;
3) la terza polarità ripropone un bittico, in questo una saldatura tra due modelli astratti che sembrano somigliarsi; la complementarietà che deriva dal concetto di polarità è qui ai massimi livelli e nella mia recensione parlavo di ‘logiche complementari estreme e necessarie per individuare una totale unità in un ampio e libero campo d’azione’;
4) la quarta polarità è fatta da ciò che sembrano due impronte blu non chiare (c’è del giallo in una di loro, con buchi e abrasioni di colore in entrambe): questa circostanza implica per me il pensiero della ‘perdita’, dell”instabilità’, forse anche di possibili ‘lamentazioni’, che in termini musicali si esprimono con glissandi, scale scomposte o segmentazione ritmica. Polarity 4 è l’obiettivo più avanzato raggiunto dai due musicisti: andate a sentire cosa succede nella traccia 4, dove le tecniche estensive raggiungono un highpoint e delineano una straordinaria ricchezza dialogica e timbrica.
Sapete che Perelman ha da qualche tempo istituito i Dialogues, incontri ravvicinati con musicisti importanti dell’improvvisazione per estrarre nuove aree di musica che si basano fortemente sulla dimensione espressiva e stilistica dei musicisti. Abbiamo su queste pagine già incensato le operazioni di Perelman con il batterista Tom Rainey, la violinista Gabby Fluke-Mogul e la sassofonista tenore Ingrid Laubrock, mentre ora è la volta del grande John Butcher. Duologues 4 viene pubblicato da IBEJI e comprende 8 Parti di dialogo in cui i due musicisti si adoperano per una inusuale seduta improvvisativa, fondata su un’aliena area di intervento; Butcher è un improvvisatore tra i maggiori esponenti di una tendenza al ‘suono’, la sua è musica privilegiata, fatta per orecchie intelligenti che sanno ascoltare e andar oltre ciò che il suono propone, anche in un’ottica in cui riveste importanza l’ambiente della performance e le spazialità che si possono raggiungere. Per l’incontro con Perelman, Butcher si organizza su una serie mirata di interventi estensivi al sax soprano e tenore, che si dirigono sostanzialmente su tecniche in grado di restituire certe dinamiche sonore non convenzionali (fruscii, armonici scomposti, restrizioni nel flusso d’aria, effetti granulari, droni multifonici, etc.); per Perelman, allora, il compito è di sintonizzarsi su queste frequenze aliene, molto spesso prive di semantica musicale, adeguando la propria espressione, con continue segmentazioni e lavorazioni anomale sul suo sax tenore. L’immersione in tale area di frequenze inusuali è immediata, appena si comincia ad ascoltare la Part One, e continua almeno fino alla Parte Six, dove Butcher cerca di inserirsi con manovre estensive meno eclatanti e più spigliate nell’espressività. Si termina con la Part Eight, un consuntivo dell’incontro, linee melodiche astratte rivoltate nel giro di un millesimo di secondo, piccole ischemie sonore, tremoli e persino acuti sincronici verso i registri alti che fermentano in una sorta di regione misteriosa del suono.






