Quelli che come me ascoltano la musica classica cosiddetta contemporanea da tempo, si saranno accorti di come siano cambiate le politiche commerciali e divulgative delle principali etichette discografiche. In particolare, un cambiamento piuttosto evidente è arrivato nel considerare alcuni filoni della composizione come adatti per un pubblico esigente come quello della contemporanea; con non pochi dubbi sulla validità di questa manovra vissuta sulla pelle degli ascoltatori più evoluti, direi che le rivalutazioni principali sono state fatte in favore del neoclassico (tutti i ‘discepoli’ di Satie) e della musica a dilatazione temporale (i ‘discepoli’ di Morton Feldman), canali appetibili di approfondimento della sperimentazione sulla circolarità delle armonie e del tempo e sulla sensibilità microtonale.
Il compositore, violista e violinista americano Andrew McIntosh (1985) è esempio vicino al secondo tipo appena accennato. Di lui apprezziamo la pubblicazione di Fixations, una monografia Kairos che si concentra sulla musica per archi e sull’essenzialità del suo pensiero musicale, qui molto ben trattato. Ho accostato McIntosh a Feldman impropriamente perché se è vero che come tanti compositori ha subito il fascino sperimentale e la libertà interpretative dell’americano è anche vero che le sue direzioni sono ancora più specifiche, vanno sul versante






