Come sempre accade nelle fasi di maturazione di un movimento artistico o di una tendenza musicale vi sono delle fasi di riflessione che si interrogano sulle possibili strade o convenienze che quella musica può raggiungere. E’ indubbio che circa 80 anni di storia della cosiddetta contemporaneità musicale hanno il loro peso in questa valutazione, soprattutto per le nuove generazioni di compositori. Per decenni essere ‘contemporanei’ ha significato distruggere i suoni tradizionali degli strumenti (pensa all’uso più o meno intensivo delle tecniche estensive, alle preparazioni, alla composizione assistita dall’elettronica, etc.) e una parte dei giovani compositori sentono che questa strada è stata esplorata fortemente; non avere più spazio da questo punto di vista non significa però nemmeno rinunciare ai ritmi frenetici o alla dipendenza digitale che imperversa anche nella musica, ma significa riconsiderare un ritorno alla potenza acustica degli strumenti. Invece che forzarli dall’esterno è preferibile scavarli dentro, in termini di suono e possibilità espressive.
Penso che per il giovane compositore Matteo Gualandi (1995) si possa invocare l’idea appena menzionata. Formatosi con Daniele Bravi a Roma e poi






