Fu Gunther Schuller a trovare le parole giuste per commentare la musica di Sonny Rollins (1930-2026). Rollins raggiunse un’immediato successo di critica e pubblico che Schuller però imputava non a caratteri innovativi della sua musica (la creazione di un nuovo genere) quanto al temperamento e alla vitalità delle sue improvvisazioni. Nel saggio Sonny Rollins and the Challenge of Thematic Improvisation del 1958, Schuller era convinto che Rollins fosse il rappresentante per eccellenza dell’improvvisazione motivica, una manipolazione continua di un’unica cellula ritmico-melodica fondamentale; negli assoli Rollins compie magistrali elaborazioni e sviluppi dei temi, ciò che un compositore fa nella musica classica quando deve trattare le strutture armoniche e melodiche. Per Schuller la consistenza della musica di Rollins è paragonabile alla scrittura occidentale, con la differenza che Rollins può improvvisare senza troppi vincoli e con linee melodiche fatte di note distanziate, vitalizzate e persino ironizzate in certe occasioni. Nell’analizzare Blue 7, celebre pezzo contenuto nel suo capolavoro assoluto Saxophone Colossus del 1956, Schuller propose Rollins come un modello di libertà jazzistica simile alle improvvisazioni pianistiche di Thelonious Monk (il pianista americano volle Rollins con sé nella formazione di Brillant Corners), perché i due musicisti coltivavano uno spirito particolare della New York di quel periodo, uno che intorno all’angolarità e al giro dell’accordo costruiva non solo una preziosa risorsa e magnifica cerebralità del jazz ma a detta di Schuller un ‘umorismo urbano’ dotato di rapidità e coraggio. Questa interpretazione della musica di Rollins è esatta e porta con sé un’innovazione di ‘processo’ perché sia Monk che Rollins a New York rifiutarono di corroborare la tendenza del bebop che riempiva la musica con fiumi di note veloci: Rollins, con il suo stile, diede un valore pioneristico alla ‘pausa’ nel jazz, usandola come una struttura e fornendogli persino una caratteristica umorale.
La discografia di Rollins è vastissima ma dovendo fare una cernita critica mi concentrerei sul periodo 1956-1967, asse del tempo in cui Rollins ha lavorato come punto di forza del nuovo bop comminando tante inflessioni, perciò da Rollins play for Bird e Saxophone Colossus, passando per Tenor Madness, i due storici volumi omonimi della Blue Note, Way Out West, Freedom Suite, fino ad arrivare a The Bridge e Sonny meets Hawk!. Tutto questo consente di scoprire il suo modo di suonare jazz e di verificare con le proprie orecchie anche l’influenza delle radici familiari caraibiche, che poi lo hanno portato ad innestare nel suo jazz la musica calypso e i ritmi latini.
Per quelli che invece amano la free improvisation, direi di guardare soprattutto a Our Man in Jazz, un live registrato nel 1962 al Village Gate di New York che segna l’avvicinamento massimo al free jazz, a East Broadway Run Down, registrazione di un concerto del 1966 che lo vede utilizzare tecniche estensive e alcune astrazioni applicate al sax tenore (distorsioni, lamenti, svisate, etc.), e poi al The Solo Album, registrazione di un concerto del 1985 allo Sculpture Garden del Museum of Modern Art di New York, dove senza accompagnamento si produce in lunghe improvvisazioni, strutture ottenute real time che derivano da frammenti di standard jazz o di canzoni popolari riutilizzati in forma libera.
Inutile rimarcare come Rollins col tempo abbia usufruito delle novità stilistiche che si sono prodotte nel jazz, soprattutto negli anni ottanta; pensate al jazz-rock e alla fusion (ricordo G-Man tra i molti tentativi di adeguamento), generi di cui aveva grande ammirazione tanto da andare in India a studiare yoga e religioni asiatiche, ma che però ha affrontato con le armi di un bopper, così forse acclarando le ragioni dei puristi del jazz. Rollins era profondamente convinto che dietro a qualsiasi credo religioso ci fosse una verità comune, la sua era una spiritualità che coinvolgeva la musica e il musicista, il quale era solo un medium di una creatività che partiva a monte.
Nell’aprire il suo sito oggi troviamo questa frase:
I think when the creative person ends, he continues in the next existence. I’m a person who believes this life isn’t the be-all and end-all of everything. A spiritual person doesn’t feel like that.
Trad. italiano
Credo che quando una persona creativa termina la sua esistenza, continui a vivere nella prossima. Io credo che questa vita non sia la fine di tutto. Una persona spirituale non la pensa così.
RIP Sonny Rollins






