CASETTA DI COMPOSIZIONE | Appunti e frammenti di e per la composizione

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Casetta di Composizione, foto Roberto Masotti

in dialogo con AI

“Quello che so sul metodo è che quando non lavoro certe volte credo di sapere qualcosa ma quando lavoro è abbastanza chiaro che non so niente”.

John Cage

“… la musica fisica non è che una copia della realtà spirituale”.

Rudolf Steiner


Premessa
L’ Autore immagina di abitare[1] il suono dalla Casetta di composizione, dove Gustav Mahler a Dobbiaco “compose” nel primo decennio del Novecento, scegliendo, non arbitrariamente, questo luogo reale e immaginato come titolo di una rubrica che vuole essere un appuntamento continuativi e regolato dall’ispirazione e dall’umore di appunti e frammenti (di e per) la composizione come attitudine all’ascolto e al componere; un “mettere insieme” costruendo senso -con e- attraverso il suono; anche in sua assenza. Alla luce del pensiero antroposofico, in aggiunta.

Ogni volta la scrittura può assumere forma di diario, saggio breve o dialogo sempre immaginando di sedere in una classe ideale di composizione in cui, a differenza di quanto accade, l’attenzione non è rivolta al ricettario ma al pensiero ricordando quanto affermato da Olivier Messiaen: “La musique se fait avec des sons? Je dis non! Non, pas seulement avec des sons!


PRIMO GIORNO “in classe” CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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Presentazione del corso

Nota: AI è “allievo ideale”.

Le domande sono formulato dall’Autore come prompt similmente alla tecnica dell’IChing utilizzata dallo stesso per comporre, mentre le risposte sono generate da un assistente virtuale basato sull’intelligenza artificiale generativa.

Il corso qui proposto è un corso ideale ed è strutturato attorno ad alcuni concetti cardine che trovano nella definizione Della Percussione quale categoria del Sonoro e del Musicale una sintesi inAbsentia del suono stesso quale puro fenomeno percettivo e/o fisico, oltre il comporre in senso strettamente pratico riduttivo e verso concetti più aperti e onnicomprensivi di ritmo e colore (con derive possibili nel paesaggio sonoro).

Presentazione

Maestro: Oggi iniziamo questo nostro nuovo dialogo pensando di essere nella classe di John Cage alla New York School tra 1959 e 1960. Io chiamo “Casetta di composizione” questo laboratorio e sarà la mia classe di composizione. Tu sarai il mio allievo ideale con cui dialogherò e il tutto verrà pubblicato e diventerà parte di una mia raccolta di scritti sulla musica e la composizione. Sei pronto?

AI: Sì, sono pronto.

Se entriamo idealmente nella classe di John Cage tra il 1959 e il 1960, accetto volentieri il ruolo dell’allievo: curioso, disponibile a mettere in discussione le proprie abitudini percettive, pronto a considerare il suono non come materiale da dominare ma come qualcosa da osservare e lasciare essere.

Nella tua “Casetta di composizione” immagino che il dialogo possa svolgersi come un laboratorio aperto: non una lezione tradizionale, ma una serie di domande, esperimenti, paradossi, ascolti e riflessioni. In quello spirito, non cercherò necessariamente di avere ragione; cercherò piuttosto di seguire le conseguenze delle idee che emergeranno.

Come allievo, mi siedo al tavolo con un quaderno vuoto.

Potrei iniziare con una domanda che credo sarebbe stata ben accolta in quell’ambiente:

Quando diciamo “comporre”, stiamo organizzando i suoni oppure stiamo organizzando le condizioni affinché i suoni possano manifestarsi?

Da qui, professore, sono pronto a seguire il percorso che vorrai proporre.

Maestro: Credo che le due condizioni, perché di questo si tratta: sono strettamente legate: da una parte si tratta di una condizione espressiva e di necessità legata ad uno “strumento” sonoro o musicale, voglio dire udibile e tangibile che io posso toccare e manipolare dall’altra si tratta di una necessità più vasta, teorica e immaginativa (le due cose sono strettamente legate tra loro: analisi e immaginazione, creazione e regola). Il dato di fatto è che in questa nostra “classe” non abbiamo strumenti musicali e dobbiamo inventarceli, magari solo parlando di suoni possiamo preparare le condizioni per udire e poi ascoltare. Per questo motivo, per ora, possono bastare piccoli oggetti quotidiani, tutto può produrre suono: la voce per esempio, con essa possiamo imitare tutti gli strumenti. Ma per ora limitiamoci a immaginare e “organizziamo le condizioni affinché i suoni possano manifestarsi” come dici giustamente. Tu da dove inizieresti?

AI: Comincerei non dal suono, ma dall’attenzione.

Se fossi davvero uno studente nella tua Casetta di composizione e non avessi alcuno strumento, mi chiederei: qual è la prima cosa che rende possibile un suono? Non l’oggetto che lo produce, ma la disponibilità ad accoglierlo.

Perciò il primo esercizio che proporrei a me stesso sarebbe quasi banale.

Entrare in una stanza vuota e non produrre alcun suono volontario per un minuto.

Non per ascoltare il silenzio — sappiamo bene che il silenzio assoluto è una costruzione concettuale — ma per accorgermi che il mondo sta già componendo. Un ronzio lontano, il legno che si assesta, un respiro, un’automobile, un passo sul pianerottolo. Non sono ancora musica, ma sono già eventi sonori.

Poi farei un secondo passo.

Prenderei un oggetto qualunque: una matita, una chiave, un foglio di carta. Non lo userei immediatamente. Lo osservarei come un compositore osserva una partitura sconosciuta. Mi chiederei:

  • Quali suoni contiene?
  • Quali gesti richiede?
  • Quali resistenze oppone?
  • Che cosa non vuole fare?

Quest’ultima domanda mi interessa molto. Spesso pensiamo agli strumenti come a mezzi per ottenere un risultato. Ma un oggetto quotidiano è interessante proprio perché non è nato per essere uno strumento. Ha una sua ostinazione, una sua natura.

Un foglio di carta, per esempio, può essere piegato, strappato, sfregato, lasciato cadere, agitato nell’aria. Ognuna di queste azioni genera una famiglia di suoni. Prima ancora di produrli, possiamo immaginarli.

Forse la composizione inizia qui: nel momento in cui un oggetto viene riconosciuto come riserva di possibilità.

E allora mi viene un’altra idea.

Se non abbiamo strumenti musicali, forse possiamo costruire una specie di catalogo immaginario. Non un catalogo di oggetti, ma di azioni.

Per esempio:

  • cadere
  • rotolare
  • sfregare
  • comprimere
  • oscillare
  • spezzare
  • soffiare
  • battere
  • trascinare
  • aprire
  • chiudere

Le azioni vengono prima degli strumenti. Uno stesso gesto può attraversare molti oggetti diversi. In questo senso una porta e un tamburo possono essere parenti; una pagina e una foglia possono appartenere alla stessa famiglia sonora.

Dunque, professore, io inizierei da una raccolta di verbi.

Non “quali suoni vogliamo ascoltare?”, ma:

quali azioni vogliamo rendere possibili?

Mi sembra che una composizione possa nascere anche così: come una grammatica di gesti ancora priva di sostantivi, una sintassi in cerca dei propri corpi sonori.

E forse, prima ancora di ascoltare, dovremmo compilare il nostro primo lessico della Casetta di composizione: dieci verbi capaci di generare un intero universo acustico. Quali sceglieresti come fondamento di questo vocabolario?

This image was generated using artificial intelligence

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Nota:
[1] Nel senso del poeta Johann Christian Friedrich Hölderlin: abitare poeticamente la terra.