In musica generare tensioni, continuità, senso di apertura dello spazio o addirittura nuovi suoni che non esistono nella realtà, fa parte di un importante processo cognitivo preventivo che mira spesso al superamento dei limiti acustici, quelli posti dagli strumenti musicali. Tra i limiti che si vorrebbero valicare ci sono certamente quelli ‘illusori’, ossia quelli che ingannano il cervello e l’ascolto creando un’esperienza uditiva ‘falsa’ o alterata. Per raggiungere questi risultati si può attingere dalla disciplina della psicoacustica ma si può anche ottenere un inganno meno complesso dal punto di vista scientifico. Dell’illusorietà acustica abbiamo ad oggi ampie evidenze e certamente non mancano gli esempi nel restante campo delle arti (partendo dalla letteratura di Calvino o Borges e arrivando fino alle innumerevoli documentazioni nel campo fotografico).
Restando nell’area della composizione contemporanea musicale, una ricerca che ha ottenuto risultati formidabili sulla percezione dell’illusione acustica è stata quella di Phillippe Hurel (1955). L’approccio di Hurel è profondamente influenzato dai processi e dalle programmazioni informatiche che sono state in grado di modificare e migliorare la qualità dei suoni: ricreare sugli strumenti effetti ricavati dai software come il ritardo, il filtering o il looping, significa ottimizzare la composizione e formare una tridimensionalità, un equivalente ‘trompe-l’œil’ della tecnica pittorica applicata ai principi dell’acustica. La musica di Hurel è pervasa da una prospettiva illusoria e ci sono i suoi capolavori strumentali a testimoniarlo, da …à mesure a six miniatures en Trompe-l’oeil, da Pour l’image ai Loops, tuttavia la sua produzione strumentale con elettronica coglie esattamente il paradosso: tenterò allora di descrivere per intero questo repertorio di Hurel che a mio parere è un incredibile area dell’estetica musicale contemporanea a cui non si è dato il giusto peso.






