Il jazz nordico

0
1386
Quando si parla di “jazz nordico” spesso si fa riferimento a musicisti che hanno data di nascita nei paesi scandinavi. In realtà, se è da questi musicisti che si deve partire per un excursus storico, è anche vero che l’aggettivo “nordico” va riferito ad un’area geografica più vasta di quella della Scandinavia (tipicamente Norvegia, Svezia, Finlandia): bisogna considerare innanzitutto la Gran Bretagna con annessa l’Islanda e poi considerare anche tutte quelle regioni europee che si affacciano sul Mar Baltico: quindi Danimarca, Germania settentrionale, Lituania, Estonia, ecc. Si, perchè parlare di “jazz nordico” oggi significa parlare di un’estetica, di qualcosa che si ha guadagnato nel tempo l’appellativo di essere valida alternativa al free jazz europeo (quello tedesco soprattutto); una corrente dalle originali caratteristiche musicali, tendenzialmente lanciata verso la modernità musicale, che intercetta un nuovo modo di “sentire” e di “esprimere” le tematiche, frutto sicuramente di un insieme di elementi: l’estetica free del musicista, gli umori tipici di quelle postazioni geografiche (mi riferisco alle diversità ambientali di quelle zone, dove la temperatura e la luce del sole sono fattori fondamentali per le riflessioni degli uomini), le aperture fondamentali alla musica colta, il folk dei loro paesi e quelli di paesi lontani. Costruire una “nuova strada” per la musica contemporanea era uno degli scopi di Manfred Eicher, fondatore della casa discografica tedesca dell’Ecm records, che, agli inizi degli anni settanta, cominciò ad accogliere nelle sue fila musicisti con le caratteristiche di cui dicevo prima: Jan Garbarek, Terje Rypdal, Aril Andersen, Ketil Bjornstad, Jon Christensen (tutti norvegesi), Bobo Stenson, Anders Jormin (svedesi), Edward Vesala (finlandese), Tomasz Stanko e tutta la scuola dei suoi discepoli (polacchi), John Taylor con gli Azimuth, John Surman, Andy Sheppard (inglesi). Tutti si distinguevano per essere dei musicisti eccezionalmente originali e coraggiosi, in cerca di un proprio linguaggio jazzistico, in grado di sottolineare una differenza tra il jazz americano (la fonte della loro musica) e il nuovo sentimento europeo. A questo proposito la lista degli aderenti coinvolse anche i jazzisti americani: ciò che sembrava un accenno (il primo album ufficiale dell’Ecm R. fu Free at last di Mal Waldron), col tempo divenne costante per molti blasonati jazzisti americani, che sposarono il suono alternativo dei jazzisti del Nord Europa, trovandone congruità comuni (vedi per es. il tardo Charles Lloyd o per un lungo periodo Keith Jarrett). Anche nel canto si ebbero nuove “diversità”, con artisti come Sidsel Endresen e Karin Krog, che si esibivano spesso sfruttando la collaborazione musicale del giro dei musicisti norvegesi principali. La situazione è ancora in evoluzione, poichè è in corso una seconda ondata di musicisti ECM, dall’appartenenza sicura al movimento nordico ed in possesso di quelle inflessioni musicali tipiche della musica del Nord Europa: a partire dagli anni novanta si è assistito alla piena affermazione di artisti di valenza assoluta come Trygve Seim, Frode Haltli, Jon Balke, Tord Gustavsen, Mathias Eick (norvegesi), Iro Haarla e Sinikka Langeland (di origini finlandesi).
Nel 1997 l’artista norvegese Bugge Wesseltoft con l’album “New Conception of Jazz”, pubblicato per l’etichetta discografica Jazzland, fonda un nuovo corso della musica jazz nordica: lo chiamano movimento “nu jazz” o “future jazz”; che cosa era successo?; nell’ambito delle tante contaminazioni nelle quali stava passando la musica, fu accolta l’intuizione di fondere l’improvvisazione jazz (quella del tipo “nordico”) con l’elettronica, il funk e la musica ambient, mettendo a pieno servizio di questi generi musicali anche gli strumenti utilizzati; anzi persino i disc-jockeys cercarono di sfruttare questa formula (l’esempio migliore è quello di DJ Spooky).
Comunque, i pioneri di questa nuova evoluzione in campo jazzistico, oltre a Wesseltoft, furono soprattutto i trombettisti Nils Petter-Molvaer, che compone con tromba processata da computer e dà concerti multimediali all’imbrunire, selezionati su aree paesaggistiche di particolare fascino e Arve Henriksen, che porta avanti una doppia carriera, una in solo con caratteristiche più consone a questo nuovo corso e l’altra, più eterogenea dal punto di vista musicale, con il gruppo dei Supersilent, dove spesso si spinge in territori ancora più impervi, tesi alle integrazioni e alle possibili utilizzazioni dell’elettronica con il noise (rumore). L’esperienza dei Supersilent non è unica, poiché in Inghilterra gli Spring Heel Jack, un duo di jazzisti al confine con il rock (John Coxon e Ashley Wales) cerca di esplorare le connessioni con nuovi sottogeneri dance come il drum’n’bass, ma anche in America si avvertono delle estensioni allorché il pianista free jazz Matthew Shipp dà alle stampe il suo “Nu Bop”.
Quindi un nuova riproposizione del jazz, figlia della tecnologia moderna, che paga tributo al Miles Davis elettrico e all’Hancock del periodo funk, all’ambient e alla musica post-world di Jon Hassell ed anche a tutti gli sperimentatori moderni degli strumenti (al riguardo si pensi all’apporto del musicista americano Ben Neill, che inventa la “mutantrumpet”, ossia una tromba con tre campane e sei valvole, con una scheda elettronica applicata allo strumento che gli permette di interagire con il computer).
Importante è menzionare l’opera di alcune etichette discografiche che stanno assumendo un ruolo fondamentale nella scoperta di nuovi talenti dell’ambiente nordico, mi riferisco, oltre alla citata ECM, alla tedesca Act Music (che al suo interno annovera artisti stilisticamente affini come gli EST del defunto pianista svedese Esbjorn Svensson, il contrabbassista compositore svedese Lars Daniellson e la sassofonista norvegese Froy Aagre), alle norvegesi Jazzland (per la quale militano artisti rappresentativi come il chitarrista Eivind Aarset e Hakon Kornstad), alla Rune Grammophon (etichetta nata nel ’98 con l’obiettivo di dare una voce ai tanti artisti locali che si muovono nel campo della sperimentazione elettronica e dell’improvvisazione jazz).

Volutamente breve, questa mini discografia serve a coloro che vogliono farsi una buona idea sulle caratteristiche del sound “nordico” secondo quanto detto in questa sede. Per semplicità, ho scelto un album per autore.

Jan Garbarek, Dansere, 1975
Terje Rypdal, Whenever I seem to be far away, 1974
Arild Andersen, Clouds in my head, 1975
Edward Vesala, Nan Mandol, 1976
Ketil Bjornstad/David Darling, The river, 1997
Tomasz Stanko, Leosia, 2000
Azimuth, Azimuth, 1977
John Surman, Witholding patterns, 1984
Trygve Seim, Sangam, 2005
Frode Haltli/T. Seim, Yeraz 2008
Bobo Stenson Trio, Serenity,2000
Surman/Krog/Rypdal, Stooras, Nordic Quartet, 1995
Misha Alperin, North Story, 1997

Sidsel Endresen, So i write, 1990
Jon Balke & Magnetic Orchestra, Kainos, 2002
Tord Gustavsen Trio, Changing Places, 2003
Iro Haarla, Northbound, 2006
Sinikka Langeland, Starflowers 2007
Bugge Wesseltoft, New conception of jazz, 1997
Nils Petter-Molvaer, Khmer, 1998
Arve Henriksen, Chiaroscuro, 2004
Esbjorn Svensson Trio, From Gagarin’s point of view, 1999
Lars Danielsson, Melange Bleu, 2006
Eivind Aarset, Light Extracts, 2001
Articolo precedenteChicago jazz scene
Articolo successivoLa musica classica nordica
Music writer and founder of Percorsi Musicali, a multi-genre magazine focused on contemporary music and improvisation's forms. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 1800 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.