Da Ritmi Urbani a Mediterraneo Blues. Ascolto, musica e scrittura nell’opera di Iain Chambers

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foto Mahasiddhi

Iain Chambers è uno dei maggiori sociologi e antropologi contemporanei, nonché – da più di 40 anni – una delle voci più autorevoli e influenti emerse dal CCCS, Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. Docente dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, Chambers ha da sempre riservato alla musica un ruolo centrale nella sua riflessione. In Chambers la musica rappresenta una modalità, ossia un metodo con cui leggere o meglio metterci in ascolto del nostro presente; in questo senso, in un articolo dal titolo “Musica come metodo” – che apre un volume curato per Armando da chi scrive e intitolato Words and Music (2015) – Chambers pone l’accento sulla capacità della musica di “influenzare la nostra comprensione del mondo”.
Nel 1985 veniva pubblicato Urban Rhythms. Pop Music and Popular Culture (Macmillan), un testo divenuto un punto di riferimento per i popular music studies, uno studio attraverso cui – per utilizzare un’espressione del neo-musicologo Simon Frith – è possibile giungere all’articolazione di una vera e propria “musicologia della società”, ossia una visione critica in cui “ciò che intendiamo per vita quotidiana è esso stesso plasmato dalla musica.” A differenza di molte analisi del CCCS, incentrate sull’indagine della dimensione sottoculturale, Ritmi Urbani, vede Chambers porre l’accento non tanto sull’estrazione di classe quanto su un approccio al linguaggio musicale, come plurilinguismo di linguaggi, attraverso una ricostruzione storica e filologica della nascita del rock e del pop e dei suoi sviluppi fino ai primi anni Ottanta. In un passo molto incisivo Chambers nota, ad esempio, come l’alterità del pop e del rock rispetto alla popular music americana degli anni Venti e Trenta sia data proprio dal loro essere nati da una combinazione di armonia europea e ritmi afro-americani. L’insistenza sul ritmo ne fa linguaggio urgente, immediato, attraverso cui i giovani hanno l’impressione di vivere in un eterno presente. Scrive Chambers: “la combinazione di differenti strati ritmici, che si sovrappongono e si intersecano, e i grappoli verticali di note che portano con sé, dirigono la nostra attenzione verso ‘l’interno’ dell’esperienza musicale. Che si tratti di blues, di soul, di reggae o disco music, siamo trascinati in un’insistente ‘immediatezza’. Non è un caso che la musica afroamericana faccia costantemente ricorso ad aggettivi che indicano sensazioni di tipo tattile per descrivere i suoi effetti, come ‘hot’ ‘funky’, ‘feeling’. La musica, in questo caso, non obbedisce alla rigida logica lineare, così affine alla scrittura, di un inizio, una fase di mezzo, una fine, ma alla viscerale intensità del parlato”. Inoltre, Chambers riconosce l’importanza del consumerism in quanto risorsa attraverso cui costruire il proprio stile e dunque in quanto forma di emancipazione sociale. Musica e stile sono, secondo Chambers, delle fonti preziose di creatività per i più giovani, un linguaggio fluido, de-centrato attraverso cui fuggire l’appartenenza di classe. In tutto ciò youth fa rima con leisure e pleasure. L’autore afferma chiaramente come con l’affermarsi delle prime culture giovanili: “il tempo libero non era più semplicemente un momento di riposo e di recupero dopo il lavoro, il particolare ambito degli interessi familiari e della formazione individuale, ma fu ampliato in un potenziale stile di vita reso possibile dal consumismo” ed è proprio quest’ultimo ad offrire ai giovani la possibilità di spostarsi oltre gli spazi opprimenti della routine e dunque, citando dall’edizione inglese del 1985,  “into the bright environs of an imaginary state”.
Pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2012 e di recente da Tamu, in un’edizione rivista e ampliata, Mediterraneo Blues. Musiche, Malinconia postcoloniale e pensieri marittimi vede Chambers pensare le musiche del Mediterraneo non tanto come oggetto d’analisi quanto come configurazione critica, metodo appunto, con cui leggere la modernità. Nell’intro del testo Chambers sottolinea come “non solo i suoni contano nella loro materialità, ma propongono ed espandono delle questioni critiche. I suoni divengono una forza narrativa che ci attira verso ciò che sopravvive e persiste come risorsa culturale e storica capace di resistere, turbare, interrogare e scardinare la presunta unità del presente”. Le molteplici musiche del Mediterraneo (italiano e non) – divengono meno oggetto del nostro pensiero e più istigatrici “del pensare”; tuttavia, va detto, il libro si pone sin dall’inizio come potente invito all’ascolto.
La specificità della “grana vocale” (come l’avrebbe definita Roland Barthes) e strumentale delle voci evocate nelle pagine di Chambers risulta infatti di grande rilevanza. Ed ecco il pensare sin dalle prime pagine il suono come pluralità, con riferimenti a Pasquale Innarella, ai Napoli Centrale, e più tardi all’Anouar Brahem di Le Voyage de Sahar e al Rabih Abou-Kahalildi Al-Jadida, inclusi nella Discografia che chiude, anzi in realtà apre il volume, offrendoci la possibilità di navigare – improvvisando percorsi personali – il mare della musica registrata.
Un volume de-finito quindi da una molteplicità di suoni musicali, ma anche di voci critiche (da Foucault a Deleuze, da Gramsci a Gilroy), che Chambers interroga in senso profondamente musicale e che magicamente finisce per diventare l’oggetto stesso della sua indagine. Suoni, voci che si ascoltano nel silenzio della lettura e per i quali il lettore stesso diventa echo chamber. Corpo, ascolto e vibrazione diventano elementi costitutivi del libro. L’autore ci invita infatti a concepire la musica come “epistemologia sensuale che allude a un sapere altro, subalterno e soppresso, situato nel corpo, ravvisato nel suono, registrato nel ritmo, trasmesso nella persistenza di una storia del e dal basso”, una storia con cui Chambers rimanda al poeta dub anglo-giamaicano Linton Kwesi Johnson e alla sua capacità di resistere al razzismo in ambito britannico proprio a partire dal basso, dal dub e dalla bass culture che emerge proprio dal basso. Qui il sud del mondo destabilizza attraverso le vibrazioni del basso l’identità stessa di quello che era il centro dell’Impero. Un’altra suggestione sonora che ci viene in mente è quella del basso fretless del musicista cipriota Mick Karn, naturalizzato inglese, ossia il suo suono de-centrato, essenziale nel definire l’estetica sonora dei Japan di David Sylvian e di capolavori dello stesso Karn quali Titles del 1982 e The Concrete Twin del 2009.
Troviamo nella nuova edizione di Mediterraneo Blues una nuova sezione che si intitola “Lezioni dal Sud”, in cui se da un lato l’autore ci invita a metterci in ascolto della dimensione ampia e inclusiva rappresentata dai “sud del mondo” dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo, dall’altro – attraverso i riferimenti a Nairobi e al Cairo e alle sue esperienze sonore di questi spazi – ci dice dell’importanza di “registrare e praticare il mondo attraverso l’immediatezza del suono senza preoccuparsi tanto di rappresentarlo” in quanto “significa articolarlo visceralmente prima di sistemarlo mentalmente”. Ed ecco emergere “altre modalità di rimare, ritmare e ragionare il mondo che increspano e disturbano la singolarità della narrazione approvata”. In questo denso e sonante capitolo del volume comprendiamo come – “anziché limitarsi a rintracciare l’Africa in Europa” – “diventa urgente pensare con l’Africa, come lo è pensare con il Mediterraneo”. Come si è detto questo pensare con, diventa anche un mettersi in ascolto, fuggendo in questo senso anche le ossessioni identitarie legate allo sguardo che sono al centro di un denso e ricchissimo volume di Luigi Cazzato intitolato Sguardo Inglese e Mediterraneo Italiano. Alle origini del Meridionismo (Mimesis 2017), che include una prefazione dello stesso Chambers, in cui l’autore nota come “lo sguardo stesso, quello che inquadra il mondo per misurarlo e spiegarlo, è un dispositivo di potere”.
Nella coda, o meglio nelle battute finali del suo libro/concerto, Chambers, facendo riferimento al poeta siriano Adonis, scrive: “ci ritroviamo temporaneamente immersi in una conversazione tra eguali. Sospeso nella potenzialità dell’infinito tra segnale e silenzio, il corpo del suono, che diventa il corpo nel suono, registra quell’istante che annuncia un inizio”; è esattamente qui – nello straordinario mondo sonoro creato da Chambers – che noi stessi, nella nostra affascinante e eccedente dimensione corporea, riusciamo dunque a ri-definirci con la musica, in quanto musica, in un’apertura grande verso l’imprevisto e il molteplice.

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Pierpaolo Martino è ricercatore di Letteratura Inglese presso l’ Università di Bari. Si occupa di studi culturali, di Wilde studies, di letteratura modernista e contemporanea, e dei rapporti tra letteratura e musica. Ha pubblicato studi di argomento letterario, musicale e cinematografico su autori quali Shakespeare, Oscar Wilde, Virginia Woolf, Colin MacInnes, Alan Sillitoe, Philip Larkin, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Salman Rushdie, KamauBrathwaite, HanifKureishi, HariKunzru, Derek Jarman, Morrissey, Nick Cave, Smiths e Radiohead. È autore di quattro monografie: Virginia Woolf: la musica del faro. Pagina e improvvisazione (2003), Down in Albion. Studi sulla cultura pop inglese (2007), Mark the Music. The Language of Music in English Literature from Shakespeare to Salman Rushdie (2012) e La Filosofia di David Bowie. Wilde, Kemp e la musica come teatro (2016) e curatore di Exodus. Studi sulla Letteratura Anglo-Caraibica (2009) e Words and Music, Studi sui rapporti tra letteratura e musica in ambito anglofono (2015). Svolge inoltre attività di compositore e performer, in qualità di (contrab)basista, in ambito improv, jazz e post-rock in ensemble italiani e Anglo-italiani quali Mondegreen, The Dinner Party e Frequency Disasters.