Ivo Perelman: nuova cinquina

0
637

C’è un segreto nei campi del sapere, nell’arte o nelle discipline sportive che può rendere migliori, più forti? Molti conoscitori e campioni della materia hanno spesso riconosciuto che per poter arrivare al vertice è necessaria una continua applicazione e una persistente motivazione, è indispensabile aumentare le ore di studio o di lavoro. Con Ivo Perelman abbiamo la certezza già da tempo di essere nella parte alta di quel vertice, perchè la passione, la concentrazione, la tecnica e la voglia di porre delle basi inscindibili per il suo sax e la sua musica, sono elementi che possiamo sondare ad ogni sua pubblicazione. E sembra che Ivo stia alzando ancora più il tiro delle pubblicazioni discografiche, senza aver paura di sembrare retorico (non lo è affatto!!), cercando di misurarsi con un ampio universo di artisti di cui condivide la prospettiva generale: ora ce ne sono cinque nuove, di cui vi dò ampio cenno qui di seguito.

Molten Gold è un quartetto con il celebre trombettista Ray Anderson e una sezione ritmica inedita composta da Joe Morris al contrabbasso (solitamente è alla chitarra) e Reggie Nicholson alla batteria. La titolazione induce ai significati poiché si intuisce che la musica voglia essere un surrogato subliminale di processi chimici e fusioni, di trasformazioni della materia di cui persino la cover sembra farsi portavoce come epigono di una sacra geometralità; nella sostanza Molten Gold affascina per l’ampia gamma di risorse che i musicisti mettono a disposizione, soprattutto i due strumenti a fiato (Perelman e Anderson), lanciati verso un’improvvisazione robusta, con tecniche esecutive non convenzionali, in grado di creare di intercettare un coinvolgimento emotivo.
In Molten Gold Perelman è meraviglioso sul glissando, riesce dal nulla ad allestire una fase schizofrenica (senti per esempio Warming Up), oppure è capace di saltare con facilità e velocità impressionante sulle note della scala, così come all’improvviso si eclissa con affievolimenti che comunque comportano una padronanza di certi regimi esecutivi del sax. D’altro canto si ascolta anche un Anderson ad alti livelli, con impostazione di dinamiche sotto condizione espressiva (borbottio, strozzamento, lavoro distanziale sulla sordina, multifonia vocale, etc.) e un’evidente insurrezione creativa che francamente non mi aspettavo da lui. La verità è che Molten Gold è musica improvvisata riuscitissima, ha la forza di produrre le migliori conseguenze di quel call and response dell’improvisazione, ossia quella flessibilità delle azioni e delle relazioni che rende ricco nel complesso il panorama sonoro sorvolato dai musicisti.

Trichotomy è un trio con il pianista Dave Burrell e Bobby Kapp. Anche qui grande musica da ascoltare e una linea di riferimento musicale che può trarre spunto da quella filosofica. Posto che nelle tricotomie si trovano gli elementi fondamentali dell’intelletto, della trascendenza o delle facoltà cognitive, nella musica del trio il lavoro si dirige splendidamente su un tris di dinamiche esplicative:
a) un’improvvisazione segmentata, rivelazione di un’espressione con vie di fuga strettissime;
b) un’improvvisazione tendente all’armonizzazione, spazi di ripresa melodica del repertorio jazz opportunamente integrati nella spontaneità delle successioni musicali;
c) un’improvvisazione dalla visuale aperta e vibratoria, capace di creare figurazioni speciali nello spazio di manovra.
Non è un caso che in Trichotomy Burrell e Kapp siano un supporto ideale per Perelman, poiché nei tre casi contemplati sono perfette le grammatiche utilizzate: oltre alle concitazioni pianistiche o ai flash del passato jazz (mai perfettamente riconoscibili perchè frammentati in uno spazio temporale breve), Burrell è capace di dare uno sfondo estensivo alle evoluzioni real time di Perelman, aria pura e risonanza; mentre Kapp è ancora un batterista straordinariamente bravo e capace di offrire un suono in “canepa”, ossia figlio di una tessitura fibrosa e piena di variazioni. Naturalmente Perelman è sopra tutto, ruba con perizia ogni centimetro del tempo e descrive senza riduzioni di sorta il “divenire” dell’improvvisazione.

Per Artificial Intelligence Perelman invita a duo Elliott Sharp, per una rilettura del lessico improvvisativo in rapporto a quello estetico. 4 tracce in cui i due musicisti inventano e si incontrano su un piano che teoricamente si spande nei processi irrazionali della musica. Chi conosce Sharp sa che il chitarrista americano ha costruito la sua filosofia improvvisativa su un’evoluzione scientifica legata a molti fattori casuali e questa sua politica non fa eccezioni in Artificial Intelligence, qualcosa che la musica è in grado di dimostrare molto bene: Sharp offre una sedimentazione particolare della chitarra elettrica, segmenti atonali trovati con tecniche estensive di sua proprietà, è capace di aprire mondi sonori incomprensibili ma affascinanti con soluzioni conciliate su tastiera e pedaliere della chitarra.
Il dialogo di Perelman con Sharp ha una sua volubilità, alcune volte è contrastivo, in altre si ammansisce ed è incipiente nella relazione; di fronte ai pizzicati abnormi o alle scintille di Sharp, Perelman fa ricorso a tutta la sua bravura per non concorrere in stranezza o in stroboscopia e fornisce un suo ruolo, giacché il suo sax sa inerpicarsi su tutta la scala possibile, sa essere meravigliosamente strapazzato sui toni alti, ha una marcia in più sul graffiato, dispensa a volte un incredibile fare ironico e sa diventare persino un’arabe fenice. Gran lavoro!

Si rivede anche il legame con il pianista Matthew Shipp in Triptych, un triplo lavoro che raccoglie sessioni improvvisative del 2021. Su queste pagine ho parlato tantissimo delle loro avventure musicali ed è certo che Triptych continua ad andare nel senso di una delle migliori dialogicità che la storia dell’improvvisazione libera e jazz abbia mai fornito. Sensitiva, condivisiva di istanti che hanno una loro semantica, l’improvvisazione di Tryptych ha un retrogusto nostalgico, è avventura più rimembranza. La vivacità e la bellezza che da sempre caratterizzano le imprese del duo non è messa in discussione, ma in questo caso la metodologia di sviluppo delle improvvisazioni tende anche ad una sorta di prosciugamento delle fasi interdittive e distorsive per benedire l’armonizzazione scheletrica, con un jazz che quà e là si inceppa in aree libere ed evocative. L’imperativo dei tre volumi di Triptych è andare avanti senza mai sapere cosa succede e ad un certo punto gli stili dei due musicisti si possono impennare, lasciare da parte la riflessione e far comparire clusters, esplosioni di registro, verifiche timbriche, risonanze d’occasione; in questa prova l’incredibile perizia strumentale di Perelman e Shipp si ripropone intatta e offre in quantità incrementali un inaspettato intento misto della realtà musicale, impressioni con o senza moto esterno.

Per il secondo episodio discografico del trio Perelman-Shipp-Cosgrove, che riprende un’esibizione nella progressista città di Carrboro, è bene entrare nell’immaginazione con armi precise: Live in Carrboro si fonda su una complessità emotiva dove è possibile attribuire un ruolo a ciascuno dei tre musicisti, qualcosa che è stilisticamente di loro appartenenza ma che nell’interplay funziona ancora meglio. Perelman spinge con forza sui suoi assoli, mettendo in mostra in quella giornata una magnifica forma, un’apprensione che circola dentro la tecnica; Shipp, invece, quel giorno aveva in mente le “variazioni” della musica classica e il suo apporto è come quello che si avverte entrando in una cattedrale; per Cosgrove, il lavoro sulla batteria è tutto, è un cercare suture, punti di riferimento e anche distacco dai suoi partners, in una tessitura percussiva che ha molto delle vibrazioni ricamate di Paul Motian. La musica di Live in Carrboro, perciò, ti porta in posti fugaci e complessi, dove gli intoppi fanno presagire un cambiamento, dove la musica sembra non avere più fiato o attraversa zone trasversali della memoria che scorrono in tempo reale; ti lascia anche senza significati, se vogliamo, ma è impossibile non riconoscere la convergenza che i tre musicisti ottengono spontaneamente: ruminazione, elasticità, tessitura sono gli elementi di valutazione su cui non si può che esprimere un parere positivo. Rispetto al Live in Baltimore del 2017, questo Live in Carrboro ha un tantino di raffinatezza in più.

Articolo precedenteClara Levy: 13 Visions
Articolo successivoAl via il Traiettorie festival 2023
Music writer, independent researcher and founder of the magazine 'Percorsi Musicali'. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 2000 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.