La composizione modulare di Giuseppe Giuliano

0
405

Entrare in contatto con un compositore o un musicista di cui si apprezza il suo lavoro è sempre un’esperienza magnifica. Se non ci sono pregiudizi e la mente è sgombra e concentrata bene sulle sue attività la relazione conoscitiva che si viene a creare può essere una fonte di ricchezza reciproca. Quando Giuseppe Giuliano mi contattò per chiedermi di scrivere le liner notes del suo CD Luce della follia…Trama invisibile…Eros imperturbabile mi resi conto che quanto dovevo documentare aveva bisogno di un approfondimento ulteriore rispetto alle conoscenze di base dell’artista e rispetto agli argomenti musicali trattati: le chiavi di interpretazione di quello che si presentava come una composizione modulare in 19 parti a carattere aleatorio, intuitivo e improvvisativo, stavano nella storia e nel pensiero sviluppato dall’autore. Giuliano mi avvertì sul fatto che le 19 parti potevano considerarsi indipendenti anche se da lui fortemente direzionate e ordinate nell’esecuzione complessiva, tanto da formare una sorta di tessuto connettivo, una trama invisibile del compositore: la complessità dell’opera in questione si fondava anche su una visuale consueta e gradita da Giuliano in merito a partiture e riferimenti extramusicali.
“…la partitura ha carattere aleatorio con possibilità improvvisative […] la stragrande maggioranza degli esecutori lavora con me da due o addirittura tre decenni (Artaud, Kientzy, De Saram, Galizia, Porta) e fra noi esiste una sinergia che con pochi simboli fa comprendere lo spirito musicale e le possibilità insite nel segno, volutamente intuitivo, per lasciare spazio alla fantasia degli esecutori. Del resto è una pratica strumentale che osservo anche io come pianista, sia in solo che con altri musicisti. Piuttosto è una regia interpretativa che ho appreso da pratiche cinematografiche e da esecuzioni free jazz...” (Giuliano, da nostri scambi epistolari, luglio 2022).

Ho appreso solo in quei momenti che Giuliano fosse un cugino acquisito del grande regista Rainer Werner Fassbinder, ma non mi sono fossilizzato solo su questo aspetto, dati gli ampi riferimenti che Giuseppe richiamava con la sua musica. Purtroppo, per problemi non dipendenti dalla mia volontà, le mie note non hanno avuto la possibilità di essere inserite nel CD pubblicato qualche giorno per su Setola di Maiale, ma sia Giuliano che il proprietario della label (Stefano Giust) hanno optato per una pubblicazione conoscitiva a parte, un foglio di presentazione che accompagna il lavoro nella sua diffusione. L’opera qui registrata da Giuliano è bellissima, vi porta in un mondo alternativo e surreale della musica, puro e lontanissimo dalle pastoie indigeribili che l’ordinarietà delle proposte musicali ci offre e penso che non urti nessuno pubblicare le mie note anche su Percorsi Musicali, anche se ho dovuto chiaramente contenermi nella lunghezza delle spiegazioni.

Si parte da qui.

Luce della follia…

E’ stato un commediografo greco a renderci edotti di un differente disegno della creazione divina: Aristofane affermava che gli esseri umani erano a un tempo conglobati nel loro genere, esseri perfetti che non avvertivano i percorsi della solitudine. Nel successivo, inevitabile momento della divisione dei generi, le due parti in causa si sentirono immediatamente orfane di un desiderio, cadendo nell’incertezza e soprattutto nell’instabilità della propria personalità. E’ da questa situazione che si solleva l’eros e la dimensione inconsapevole del sentimento, un ricongiungimento fisico necessario tra le due parti, che ha visto tutta la storia filosofica navigare nella produzione di un risvolto essenziale dell’eros, ossia il suo legame con la follia: se è vero che l’eros è una “scala” di intensità delle relazioni è anche vero che esso è il misuratore più fedele del “folle” che alberga in ciascuno di noi.
Su questo argomento si proietta la personale visione di Giuseppe Giuliano, contenuta in Luce della follia…Trama invisibile…Eros imperturbabile, che nasce da una riorganizzazione di pezzi formalmente indipendenti (nello specifico in numero di diciannove), registrati in sedi differenti e autorevoli, ma processabili secondo una subdola infiltrazione dell’elemento erotico visto nella prospettiva di una “luce” chiarificatrice; basandosi sui suggerimenti letterari di Dan Albertson, Giuliano ricostruisce una propria sequenza di lavoro che si fonda molto più sulla permeabilità dei suoni e degli istinti musicali e meno sulla valutazione poetica, in ossequio ad un sistema del pensare che ha le sue origini nelle avanguardie classiche del secondo Novecento e nei pulviscoli teorici differenziali delle situazioni create attorno alla moderna drammaturgia offerta dai compositori.

Trama invisibile…

La poesia breve e disincantata di Albertson è l’area di connessione di una trama che non si rende immediatamente esplicita se non unendo il senso funzionale della poesia ed è perciò affetta da una sorta di invisibilità che viene musicalmente trattata attraverso un impianto drammaturgico e un travestimento acusmatico che si adatta ai contesti improvvisativi.
Di quale tipo di drammaturgia musicale si tratta? Per dare una risposta è evidente che si deve deviare dalle rivoluzioni proposte da Berio o Nono in Italia, compositori più propensi a scavare un solco con quanto i canoni della rappresentazione avevano offerto fino al loro avvento e assoggettarsi parzialmente al pensiero di Evangelisti e del circolo romano, con le conclusioni di autori come Clementi, che invocava rispetto per le alterazioni sinestetiche, senza intrusione di pantomime, rielaborazioni lessicali o allusioni illogiche; il tessuto drammatico resta (Clementi la chiamava “temperatura drammaturgica”), magari accompagnato da silenzi non prevedibili o scismi dell’azione musicale, un luogo in cui i musicisti possono rendersi visibili tramite fraseggi circostanziati e omologabili alla sostanza degli assunti del pezzo, mentre i cantanti possono stabilire la loro partecipazione attraverso ingrandimenti o strappi dei loro vocalizzi. La presenza fissa in tutti i 19 brani di Manuela Galizia quasi ci costringe a delle comparazioni di stile e metodo e si intuisce un campo d’azione di altissimo livello che sta tra l’enfasi di Michiko Hirayama ed una cantante d’opera devota all’espressionismo del Pierrot Lunaire, ma allo stesso tempo si capisce che nell’assemblare le parti musicali Giuliano sia andato oltre questi importanti principi e si sia rivolto anche alle provvidenze dell’improvvisazione, dove la simbologia si riduce e le attitudini esplodono: pur essendoci parti con possibilità aleatorie, raccolte in scelte grafiche o pentagrammi, esse sono piccole tendenze compositive che rientrano in una più forte valenza dell’istinto sinergico del momento, quei meccanismi che lasciano piena libertà d’azione ai musicisti, sui quali Giuliano non fa altro che acclarare una pratica strumentale che gli è congeniale, nelle sue parole “…una regia interpretativa appresa da pratiche cinematografiche e da esecuzioni free jazz...”. Dalla grammatica del cinema Giuliano ha estrapolato quella capacità inventiva che alcuni registi hanno posto al servizio dell’azione degli attori, strutture immaginate nella testa e poi implementate nelle prove: in assenza di un copione, registi come Fellini o Fassbinder si sostituivano agli attori dispensando istruzioni fondate su una mimesi dell’approccio, con gestualità facciali e del movimento del corpo, con suggerimenti semantici scansionati sui ritmi delle battute o guidati dall’intonazione della voce e dei suoi parametri sonori; sul jazz, invece, si può affermare che Giuliano ha assimilato la lezione di Free Jazz di Ornette Coleman, un album del 1961 con la previsione di due quartetti e di una forma di lunga sessione di lavoro che preconizzava un tipo di intervento cumulativo dei musicisti, dove ciascuno di essi doveva inserirsi obbligatoriamente nelle strutture musicali ma poteva farlo con assoluta libertà sull’indicazione dei tempi e del tipo di linea melodica seguita. Sono “dissonanze” che sortiscono il loro effetto grazie alla comprensione e all’esperienza ripetuta, metodi che presuppongono un affiatamento dei musicisti ed un’integrazione di impulsi, segni, letture prismatiche, il motivo per cui Giuliano da molto tempo suona con colleghi selezionati e in piena sintonia di scopo (una passerella di eccellenze che comprende Artaud, Kientzy, Rojac, De Saram, Schiaffini, Lapio, Miyata, Pompei, Scalas, Porta, etc.).
Una scia della formazione da artista visuale si riscontra anche nel lavoro di affinamento dei brani, che consiste in un rivestimento o montaggio dei suoni oppure in un trattamento della vocalità della Galizia (sovraincisa o modificata leggermente con i dispositivi elettronici oppure talvolta erosa o in confusione fonetica), elementi che favoriscono l’idea di arrotondamenti necessari all’espressione, frutto di un’esigenza di omogeneizzazione dell’intero discorso musicale.

Eros imperturbabile…

Cosa c’è dietro l’imperturbabile? Apparentemente si dovrebbe trattare di anime quiete, di un termine proteso verso condizioni dell’umano viste come costanti assi regolatori degli eventi esterni di qualsiasi potenza; ed invece queste anime sono il risultato di una disillusione che porta con sé un costante movimento espressivo, un’area mentale in cui potersi muovere e redigere un verbale degli accadimenti, una pluralità di immagini e sensazioni. L’imperturbabile eros qui creato vive di un innato e celato trasformismo sonoro, dove le relazioni sottostanti vengono colte nella loro forza intrinseca, dove si raccolgono le preziose indicazioni delle tecniche non convenzionali e un mondo del suono traumatizzato.
Giuliano sfrutta il patrimonio dei contrasti introspettivi del suo pianoforte, accordi gettati in un nulla apparente, piccoli grappoli di note estemporanei, qualche preparazione sul tasto, persino un synth che ad un certo punto arriva volutamente scoordinato dal contesto; è un trasformismo che continua sulla lezione di Webern, opportunamente adeguata ai liberi contesti, dove ognuno dei musicisti coinvolti nella registrazione propone un’impronta musicale circoscritta ed adeguata al profilo tematico. L’imperturbabile si crea quasi naturalmente nelle coreografie sonore, è una rivoluzione espressiva della musica di cui oggi teniamo conto grazie anche a musicisti come Giuliano.

Articolo precedenteLa Grecia contemporanea dopo Xenakis
Articolo successivoI giovani improvvisatori portoghesi
Music writer, independent researcher and founder of the magazine 'Percorsi Musicali'. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 2000 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.