30 anni di Setola di Maiale

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courtesy by Stefano Giust

Quando nel 1993 Stefano Giust fondò la Setola di Maiale aveva già ben in mente cosa lo aspettava. I novanta del secolo scorso non sono un decennio qualunque, sono un ambiguo crocevia dove da una parte la musica comincia ad infilarsi in un pericoloso canale di standardizzazione di idee, testi, piattaforme, produzioni, dall’altra offre già antidoti alla conformità grazie a nicchie di mercato che rifiutano gli avanzamenti impropri della tecnologia e delle politiche mercificatrici: Giust intuì che esisteva un altro modo per proporre musica, più coraggioso ed interlacciato tra generi, frutto di un vivace underground culturale che andava silenziosamente contromano rispetto alle innumerevoli ed infelici produzioni della maggioranza delle etichette discografiche specializzate, incapaci di vedere oltre i numeri così come Zappa aveva profetizzato nei suoi discorsi liberi qualche decennio prima.

E’ stato un processo graduale di sviluppo quello intrapreso dalla Setola di Maiale, dove pian piano l’etichetta ha superato la fase che normalmente accoglie le sperimentazioni del fondatore e dei musicisti che ruotano intorno a lui, per passare ad un’apertura sempre più adulta ed ampia, con artisti italiani e internazionali importanti. Ciò che si intuisce con chiarezza è la coerenza degli intenti e il rifiuto di qualsiasi compromesso, elementi che ad un certo punto vengono supportati anche da una progressiva crescita di popolarità: ciò che all’inizio era un’espressione radicale e minuta si è oggi tramutata in enfasi programmatoria, un laboratorio di prodotti e musicisti che investono qualsiasi sub-settore della musica.
Dal 1998 in poi la Setola di Maiale ha accentuato il suo carattere di etichetta indipendente, di rappresentante di una musica moderna, autentica, attenta alla vita culturale così come pensata nelle parole di Fred K. Prieberg e si è sempre più distaccata dai comportamenti di massa, con produzioni discografiche sobrie, fatte in economia, tendenti al contenuto e alla condivisione socializzante e non sussidiaria dei musicisti. Oggi, con un sito elaborato per dar spazio ad una selezionata informazione, la Setola di Maiale ha sempre più autonomia, presenta un conto che sta praticamente raggiungendo i 500 pezzi di catalogo, ha prodotto collaborazioni importanti con istituzioni preziose della musica non allineata come il festival di Angelica, l’Hanoi New Music Festival in Vietnam o la Biennale di Venezia e tiene alta la bandiera della qualità delle pubblicazioni grazie ad un lavoro di ascolto preventivo che Giust svolge con molto acume.

Percorsi Musicali ha quasi immediatamente sposato la visione di Giust e della Setola, dedicando una pagina di recensioni esclusiva e gratuita per accedere alle sue pubblicazioni: l’indipendenza e la convergenza dei giudizi, la volontà di provocare una riscossa del far bene, di promuovere creatività che spesso il mercato è incapace di inquadrare, sono realmente panorami comuni; inoltre con Stefano c’è un rapporto di stima che si coltiva quasi in maniera automatica, che nasce sugli ascolti e sullo scambio di idee (talvolta anche non perfettamente convergenti, come è giusto che sia), qualcosa che si alimenta senza nessuna forzatura nei nostri dialoghi o nelle nostre emails e che alla fine è proposizione comune, qualcosa che fa scomparire i chilometri di distanza che separano le nostre residenze. Stefano non ama il parlare a vanvera o il brusio intellettuale, è un uomo che dietro una misurata timidezza nasconde un pensiero concreto, qualcosa che può vincere o avvilire qualsiasi posizione contraria.
Il trentennale di Setola non merita solo una celebrazione musicale ma è anche un momento per fare il punto della situazione con Stefano Giust direttamente su Percorsi Musicali.

EG: Ciao Stefano e tanti complimenti per il trentennale di Setola. Sei un attore prezioso della musica non convenzionale in Italia e copri tanti ruoli in Setola, servendoti anche delle tue competenze di grafico. Come metti in pratica questo enorme impegno organizzativo?
SG: Suonare la mia musica e lavorare per Setola sono la mia vita, le due cose sono del tutto connesse, per questo mi è facile e naturale occuparmene. Gestire una piccola etichetta libera e alternativa continua ad essere un piacere, così come avere contatti con così tanti artisti, di cui molti sono amici. Tu e io abbiamo più volte parlato di quante somiglianze e affinità caratterizzano il nostro lavoro, occupandoci entrambi di realtà poco o per nulla commerciali: bisogna dare forti motivazioni alle scelte che si intraprendono. Setola di Maiale è il mio contributo per un mondo diverso da quello mercificato che ci viene ‘dolcemente’ imposto.

EG: Dagli albori dell’etichetta ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti e hai attraversato in tre decenni uno scenario in costante degrado che cozza contro la tua ricerca di qualità progettuali e musicali. Che cambiamenti hai dovuto affrontare in questi trent’anni e che vantaggi hai avuto nell’indipendenza?
SG: Incredibilmente non ho fatto alcun cambiamento incisivo, ma hai ragione: sono cambiati i mezzi, è arrivato Internet, ho aggiunto formati diversi alle produzioni. Con Setola cerco la cosa – per noi – più scontata: l’arte. Mi piacciono le musiche che suscitano un qualche mistero (in musica è una delle suggestioni che più preferisco), cerco una verità che emerga, un punto di vista musicale organizzato e coerente, intelligente; queste necessità mi aiutano nelle mie scelte e mi proteggono come una bussola nel bosco dal degrado culturale, cioè l’appiattimento commerciale, l’abbassamento dei contenuti per facilitare l’ascoltatore, il conformismo culturale, cose che riconosco immediatamente. Con Setola cerco anche, in un certo senso, un antidoto alla mancanza cronica di buone opportunità concertistiche etc., tutte cose che vediamo da decenni e che sono figlie delle brutali logiche neoliberiste, veicolate a monte dal mainstream che riesce a penetrare a valle anche nelle cosiddette nicchie, o almeno alcune di esse, riuscendo ad alterarne i contenuti e le prassi o semplicemente portandole alla chiusura (senza acqua una pianta muore). Perciò gli approcci di Setola rimangono gli stessi medesimi del 1993 e non è un caso se i dischi setolari non hanno codici a barre o QR-code, sono strumenti del sistema, non mi interessano! Questo, più di tante parole, dà la misura di quanto l’etichetta sia fuori da ogni logica commerciale, svincolata da prassi che poco hanno a che fare con i processi creativi e umani che mi interessano: è un paradosso, ma il mercato – che continua a non esistere – non mi impegna minimamente ed evidentemente, se siamo ancora qui a parlarne, è possibile sopravvivere al sistema marcio che muove il mondo musicale anche senza distributori o pubblicità. Grazie alle risorse del DIY. Questo è il grande vantaggio di essere davvero indipendenti: diventi libero.

EG: Mi hai spesso ripetuto in privato che ti senti un uomo-musicista del Novecento, ma grazie alla Setola hai proposto argomenti arcimoderni: penso all’improvvisazione ecologica di Stefan Östersjö e Katt Hernandez oppure agli studi sulle commistioni popolari di Pisanello o Fega, solo per fare qualche esempio. Mi spieghi questa apparente contraddizione?
SG: Non c’è contraddizione, sono nato nel 1968, tutta la mia formazione è impregnata e risente delle straordinarie avventure e conquiste intellettuali e artistiche del Novecento: come faccio a contro-bilanciare quel secolo di scoperte, di avanguardie, di sperimentazioni di estrema vitalità, di conquiste sociali importanti etc., con il nulla cosmico di questi primi 23 anni del nuovo millennio? E’ in questo senso che mi ritengo un uomo del XX secolo, non vivo con il cellulare in mano. Parole come tradizionalista o conservatore o progressista, oggi per me, non significano niente: io sono un libertario, cerco quei livelli. Per me l’essere umano deve essere al centro delle sue questioni nel rispetto del pianeta e della natura, non deve essere la tecnologia al centro dell’attenzione, dovrebbe essere solo uno strumento di comprovata sicurezza per la salute così da poter essere d’aiuto agli uomini, non delle multinazionali e dei loro squallidi e primitivi interessi. Nel XX secolo sono successe cose tremende e cose straordinarie, purtroppo vedo che le cose negative sono quelle che più sopravvivono nel nuovo millennio, come la guerra, che io condanno totalmente! Guarderò sempre al futuro portandomi dentro le cose che ho imparato dal passato, questo semplice processo mi aiuta anche con l’etichetta: i lavori che citi nella domanda rientrano in questo processo. Riguardo all’improvvisazione ecologica di Östersjö, è successo che inizialmente avevo discusso nelle nostre corrispondenze quella parola, “ecologia”, che trovo abusata e spesso mal posta. Ho sempre avuto una certa idiosincrasia per quelle cose artistiche spacciate per ultra nuove ma che a ben vedere sono meri corollari di idee già indagate (è questo un pedaggio con cui dobbiamo confrontarci tutti). Certamente Stefan ha forti argomentazioni sulla questione, del resto è un vero teorico musicale (insegna nei conservatori svedesi e tiene corsi di aggiornamento in Vietnam, dove abbiamo anche suonato insieme): tra le sue varie pubblicazioni ha prodotto un saggio che affronta proprio questo tema della musica ecologica, attualizzandone ogni sfumatura. Pisanello e Fega invece, sondano terrritori personali e non convenzionali, cercando di coniugare ricerca sperimentale e tradizione popolare, riuscendo a dare vita a delle chimere il cui risultato avrebbe potuto dimostrarsi incerto, ma così non è stato e il rischio è stato ripagato. Questo è un processo squisitamente sperimentale. Mi interessano i processi originali, le soluzioni personali che i musicisti si danno nell’affrontare il loro lavoro, perseguendo idee che li porta a risultati riconoscibili, coerenti. Per un artista di oggi è forse la sfida più impegnativa e nobile quella di riuscire a districarsi nell’enorme retaggio storico che ci precede e a cui è doveroso affrancarsi, nei modi che ciascuno riesce a ricercare e far propri. Comunque, ciò che riteniamo essere nuovo non sempre lo è, e viceversa cose secolari o millenarie ci possono apparire di una modernità incredibile, come certa musica antica giapponese, o certe incisioni rupestri.

EG: Con mio rammarico devo constatare che molti lavori dell’etichetta sono irrimediabilmente sold-out, soprattutto quelli dei primi anni di vita di Setola. Sono pezzi pregiati di un sottobosco musicale che va documentato (penso all’Orbitale Trio, i tuoi solisti, Lingam, etc.). Farai qualcosa sul punto? Hai previsto delle ristampe?
SG: Mi piacerebbe poter ristampare alcuni dei vecchi dischi dell’etichetta, quelli che citi nella domanda li ho molto a cuore, ma le cose bisogna anche saperle lasciare andare, per certi versi sono contento che alcuni album facciano parte di quelle cose scomparse nell’oblio, come introvabili rarità. Comunque qualcosa – anche integralmente – di questi vecchi dischi si può ascoltare in Internet. Però chissà, alcuni dischi prima o poi potrebbero essere ristampati, ci penso spesso.

EG: Sappiamo che le liste non ci piacciono, però se qualche neofita dei lavori di Setola ti chiedesse su cosa cominciare a comprare, tu quali lavori segnarelesti a loro?
SG: Anzitutto gli chiederei da quali ascolti arriva, cosa lo ha stimolato di più nel tempo, se preferisce l’elettronica, l’acustica, la furia elettrica o le loro osmosi… scavando un po’, è più facile trovare la via migliore per iniziare, e quindi i dischi, forse, più appropriati da proporgli. Ma il vero problema è trovarli questi appassionati! Ricevo raramente e-mail in tal senso. Sono sempre poche le persone davvero curiose e desiderose di ampliare i propri ascolti rivolgendo l’attenzione a nomi nuovi o comunque poco illuminati dalla stampa, c’è la paura di rimanere delusi, di buttar via dei soldi. Del resto si può sempre trovare qualcosa in rete, gratuitamente… Sarebbe invece bello considerare anche il fatto che acquistare un disco da etichette indipendenti ha un valore simbolico aggiunto, di sostegno, di supporto. Per fare un esempio personale, io stesso faccio la spesa nei piccoli negozi, al mercato, ai gas-chilometro zero, all’usato, evito quando possibile i grandi magazzini e così il denaro che spendo rimane nella mia città, ricircola concretamente nella popolazione locale e non mi importa se è ‘poca cosa’ perchè è ‘molto’ per me. Il mio atteggiamento come musicista ed editore è lo stesso che adotto negli ambiti della mia vita. Una società libera è una società creativa, che può esprimersi, che può non conformarsi, che non è coercibile. Ci vorrebbe una profonda rivoluzione, ma è una parola che tutti hanno dimenticato. Forse al neofita della tua domanda direi

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Music writer, independent researcher and founder of the magazine 'Percorsi Musicali'. He wrote hundreads of essays and reviews of cds and books (over 2000 articles) and his work is widely appreciated in Italy and abroad via quotations, texts' translations, biographies, liner notes for prestigious composers, musicians and labels. He provides a modern conception of musical listening, which meditates on history, on the aesthetic seductions of sounds, on interdisciplinary relationships with other arts and cognitive sciences. He is also a graduate in Economics.