Per Armaggedon Flower Ivo Perelman si unisce al Matthew Shipp String Trio, un trio che Shipp ha formato nel lontano 1996 e dal quale sono scaturite 3 registrazioni importanti della sua discografia (si trattava di By The law Of Music, Hatology 1996, di Expansion, Power, Release, Hatology 1999 e Symbolic Reality, RogueArt 2019). Il verbo insinuatore del trio era all’epoca un’espansione delle forme jazzistiche che prendeva vigore sia dalla forza innovatrice del pianismo di Shipp che dalle creazioni libere di Mat Maneri e William Parker, un’oggettività di fondo basata su simbiosi di qualità e intraprendenza musicale, qualcosa che con il tempo ha dato spazio anche ad una visuale escatologica della musica (Symbolic Reality è una perfetta combinazione di tutte queste virtù). La componente rivolta all’osservazione e destino dell’umanità affiora in tutta la sua consistenza anche in Armaggedon Flower, trovando un’incredibile unione di intenti nei ‘depositi’ espressivi di Perelman, che nelle note avverte:
“Listening to this music is akin to reading the Book of Revelations in the Bible. I called it Armageddon Flower as an attempt to instill some hope amidst the hysteria of the times and contemplating our own extinction as a human species. This music has drama but also has the light of being saved, of the savior, whoever or whatever that is.”
Queste parole fanno immediatamente pensare alla fine dei tempi così come prescritta nel Vecchio Testamento e ad una cancellazione emotiva dell’umanità condizionata dal predominio delle tecnologie e delle intelligenze artificiali. Si può obiettare sulla validità degli anatemi proliferati nei secoli (la storia ci consegna plurimi esempi al riguardo) ma certamente non si può contrastare la forza di una visione che si materializza in un’opera d’arte, come tale è Armaggedon Flower; c’è una tale competenza in esso, classicità, trasporto ed un’ispirazione congiunta, che è facile affermare di trovarci di fronte ad uno dei capolavori dell’improvvisazione degli ultimi dieci anni almeno, se i parametri del giudizio sono soprattutto quelli dell’espressività.
4 lunghe improvvisazioni che vivono tra l’arcano e una patina di oscurità, tra la luce e la penombra, una free improvisation coinvolgente con Shipp sugli scudi che fissa gli ‘sfondi’ grazie a modulazioni continue, zone d’ombra costruite con note pensose e accordi discendenti, con Maneri complesso e atonale che lavora però con una sensibilità non comune nel fondere la sua prospettiva con quella dei suoi partners, con Parker che pulsa con garbo e brulica di manovre da raffinato artigiano del suo strumento. Quanto ad Ivo, in Armaggedon Flower ne troverete una versione deluxe, i suoi fraseggi in Pillar of light sono quintessenza di un dramma, in Tree of life intorno al 5′ si inventa una scala sugli acuti che compete in elasticità con la viola di Maneri, nella title track l’interpretazione si sdoppia, Ivo sorregge il climax globale che si produce real time nella parte iniziale del brano con un’imprevedibile impennata sui registri, mentre mostra accuratamente l’affievolimento della trama della seconda parte con un tono spaesato e prolungato nella durata, in linea con gli argomenti impliciti del lavoro.
Sono perfettamente d’accordo con Ivo sull’ipotesi di una salvezza che potrebbe interessare l’intera umanità (la fine dei tempi dell’Armaggedon è prodromica ad una fase completamente nuova e scevra del malvagio): la musica e l’arte in generale possono agire a mò di percezioni positive, possono restituire un sogno e fornire rasserenamenti in vista di quell’obiettivo e non è escluso che l’entità divina non sia pronta ad una totale offerta di misericordia. La verità è che comunque la luce è già rinvenibile su questo mondo, bisogna scorgerla ed interpretarla, e Perelman con il Matthew Shipp Trio, nella loro dimensione di musicisti, plasmano i valori della nostra era secondo un disegno attualizzato dove non siamo in grado di distinguere tra un dramma e dei barlumi di felicità. Ecco perché sono musicisti rappresentativi.
Nel lungo percorso musicale di Perelman la fenomenale espressività del musicista brasiliano si è poco delineata nel concetto di ensembles di almeno cinque o più musicisti. Tralasciando l’ambiguità dei termini (anche un duo è in fin dei conti un'”unione”), per Perelman questo è avvenuto all’inizio della sua carriera (il primissimo periodo in Brasile che va dall’omonimo album fino a Man of the Forest, con una scia arrivata qualche anno dopo grazie a Brazilian Watercolour), con lo C.T. String Quartet del compianto Dominic Duval, con il quintetto di Ventriloquist e solo recentemente con la celebratissima Seven Skies Orchestra. Ci si può legittimamente chiedere perché Perelman abbia trascurato una dimensione che è stata molto coltivata nel jazz e nella libera improvvisazione; i più grandi jazzisti del novecento erano innamorati di forme musicali estese negli organici e se si approfondiscono le loro interviste (da Charlie Parker a Peter Brotzmann) abbiamo prove che essi amavano senza mezzi termini la dimensione orchestrale. Se è vero che Ivo ha puntato su un chamber jazz (mi viene di più in soccorso una designazione del tipo chamber improvisation) che ha stabilito una glorificazione assoluta per il duo e il trio, è anche vero che Perelman ha atomisticamente ricavato i parametri di un’orchestra da duetti, trii o quartetti sorvegliando attentamente la scelta degli strumenti in termini timbrici e ritmici: nella sua discografia questi occulti esperimenti sono sempre presenti e in molte occasioni (le mie recensioni) ne ho evidenziato il potenziale. Va detto, inoltre, che gli ‘ensembles’ di Perelman suonano molto differenti da quelli classici poiché la similitudine si ferma all’individuazione degli elementi musicali e non riguarda lo stile.
Ora, con A Modicum of the Blues, Perelman riannoda il concetto di ensemble, stavolta un quintetto che unisce le tre classificazioni principali di un’orchestra, con Perelman e Nate Wooley ai fiati (sax e tromba), Matt Moran e Tom Rainey alle percussioni (vibrafono e batteria) e Mark Helias alle corde (contrabbasso). Registrato nel maggio del 2024 ai Parkwest Studios, A Modicum of the Blues è una suite in 5 parti di circa 46 minuti che ribadisce la creatività di musicisti che hanno da tempo esplorato il jazz e la libera improvvisazione con tanta passione e lungimiranza progettuale; in realtà ci si confronta con la storia, con caratterizzazioni molto più eccentriche a livello di timbri e tempi di un’orchestra, è free jazz di cui si può stabilire il ‘colore’ e le coordinate umorali, dove Perelman ha sempre occasione di mostrare il suo incredibile fraseggio. Posto che il contrabbasso e la batteria viaggiano in un senso aritmico (con poliritmi e senza una velleità armonica del contrabbasso), la sessione di A Modicum of the Blues ci dà una nozione avanzata di blues (quello defluito nel jazz) dove un posto fondamentale lo trovano Wooley, con molti splendidi, non convenzionali assoli che fanno da contraltare a quelli di Perelman, e poi Moran, che con le sue evoluzioni di vibrafono ci offre uno scenario di risonanza e una sensazione verticale del tempo.






