Certe combinazioni nella musica cosiddetta contemporanea sembrano far fatica ad essere accettate in larga scala. Una sottovalutazione spesso immotivata regna nella combinazione ‘clarinetto+string quartet’, dove molti adepti fanno fatica a superare il tunnel temporale delle corrispondenti composizioni di Mozart, Brahms o Reger. Si tratta di un mito da sfatare perché è evidente l’esistenza di una storia evolutiva della combinazione strumentale che porta con sé caratteri innovativi e reinvenzioni stilistiche che vanno oltre i plausibili canoni della tonalità, anche quella allargata che Hindemith proponeva come limite massimo nel 1923. Se da una parte è vero che certamente non ci troviamo di fronte ad un’esplosione del repertorio e molte circostanze rendono poco marcato l’interesse dei compositori e musicisti per questo tipo di realizzazione musicale, dall’altra ci sono più ragioni valide per connettersi comunque con questo repertorio, uno creato tra la seconda parte del novecento e l’inizio del ventunesimo secolo ed immerso in una logica di flessibilità colta da alcuni attori che ne hanno compreso le potenzialità musicali: lo stimolo è certamente singolare ed è stato distribuito nel tempo per merito sia di grandi clarinettisti che di quartetti d’archi che hanno collaborato con i compositori coinvolti, qualcosa che dobbiamo attribuire a clarinettisti storici come Roger Heaton o Eduard Brunner, o a quartetti come l’Arditti, il Kreutzer o in tempi più recenti il Jack Quartet. Ciò che sembra difficile pensare è che la minore densità di esperimenti sia solo un problema di logistica e di finanziamenti, in realtà si nascondono altre motivazioni






