In un discorso fatto per la sua laurea honoris causa a Bologna nel 2000, Luciano Berio parlò della canzone e del suo rapporto con la musica cosiddetta colta, evidenziando come ci fosse un’assoluta necessità di approfondire i generi popolari. Mettendo in crisi teorici, musicologi ed esteti della musica, Berio ci mise di fronte ad un doveroso atteggiamento, quello dell’ascoltatore che deve scoprire l’identità della musica, qualunque essa sia, e scoprire se essa può essere utile al nostro modo di vivere. Sull’identità, i casi analizzabili provenienti dal rock e dalla musica popolare si erano già estesi a dismisura, mentre quanto ai modelli di vita lo sguardo di Berio si era allargato agli edifici immensi dettati dalle facoltà creatrici degli artisti. Le forme popolari della musica ci hanno insegnato molte cose e dopo un adeguato screening siamo oggi in grado di attribuire pesi sostanziali a pezzi musicali popolari che indiscutibilmente costituiscono fecondità del sistema musicale nel suo complesso. Questa considerazione vale sia per reggere sintassi giulive che per quelle poco serene; in una intervista a Dalmonte nel 1981, Berio condannò la scaltrezza della musicologia, intollerante verso forme non elitarie della musica, soprattutto del secondo aspetto:
“…io inorridisco quando sento i piccoli ‘adornini’ nostrani giudicare con sufficienza e disprezzo grosse fette di umanità che si permettono di riconoscere alla musica anche una dimensione consolatoria…” (Berio, Intervista sulla musica, Dalmonte, Laterza, pag. 18).
L’omaggio di Claudio Milano a Berio, che ha trovato spazio in FLIPPER (Folk Songs for the Judgement Day), si fonda proprio sul bisogno di permettere alla musica di diventare uno strumento di comprensione. FLIPPER è una celebrazione in chiave retrograda del valore della storia, una che si proietta con visione distopica e che è in grado di mettere insieme canti popolari, canzoni, trascrizioni, frammenti di musica di autori medievali e barocchi, standard di jazz, riferimenti personali, etc. La rivisitazione di Claudio è come sempre quella di un teatro drammatico ed esistenzialista dove si accendono plurime ‘figurazioni’, pezzi di vita che scorrono attraverso il tempo e la musica; con un eccellente arrangiamento queste ‘apparizioni’ si compongono una dietro l’altra, fanno massa d’ascolto, compaiono in una forma breve melodica ma cacofonica al tempo stesso, trasfigurate nell’impianto emotivo che tende al tormento. Con una scelta azzeccata di brani, FLIPPER filtra la storia musicale senza pensare alle geografie, ai generi musicali, la fa diventare patrimonio inscindibile e dotato del senso della ‘verticalità’ del tempo. Su queste pagine ho già ampiamente rilevato le doti del canto di Milano e non mi ripeterò, invece quello che mi preme sottolineare è che FLIPPER costruisce un ulteriore avanzamento della sua musica, mai come questa volta centrata sulla fluidità e la capacità di trasformazione dei suoi elementi. E’ un album oscuro che è frutto di un processo applicativo di oltre vent’anni, fatto di tanta rielaborazione strumentale e virtuale (dentro troviamo bouzuki, oud, glockenspiel, campane tubolari, synths, soundscapes e altra elettronica, tutti sapientemente dosati e locati), che ha come impulso di partenza l’idea di Berio di ottenere un prestigioso avallo dalle forme popolari: Milano ha pensato alle Folk Songs del compositore italiano, alle capacità innovative che Berio nutriva per la musica dei Beatles (per esempio), nonché all’amata disposizione verso alcune canzoni tradizionali (una conferma arriva da Cristina, la figlia di Berio, che ci ha deliziato con un post sulla sua pagina facebook in cui il padre canta la sua preferita canzone siciliana, ossia Lu Pisci ti lu Mari); poi, troviamo anche un’applicazione musico-letteraria di Claudio fatta sul tandem Berio-Calvino per l’aria ‘Quando Ricordiamo‘. Milano aveva previsto già tutto: i 30 minuti della Distopia #1 sono veramente notevoli e nascondono anche le parti di eccellenti musicisti come Vincenzo Zitiello che suona strumenti self-made in The Cold Genius Song e Iam Moriar mi Fili o del compianto Gianni Lenoci con i suoi luccichii di piano in Après un rève, op. 7 n. 1 di Fauré e Bussine; nella Distopia #2 troviamo invece Paolo Tofani che suona l’Ipad, Jorge Queijo le percussioni in un medley pregevole che contiene tradizionali del Salento, dell’Abruzzo e Basilicata e una poetica espressione del trovatore Conone di Béthune; e potrei andare avanti così fino alla fine. Ogni ‘distopia’ ha il suo tema con le sue canzoni prescelte e Milano viene coadiuvato benissimo da Teo Ravelli e Paolo Siconolfi sul suono, l’elettronica e le registrazioni.
FLIPPER (Folk Songs for the Judgement Day) è quanto di meglio potete aspettarvi da quella incredibile definizione di Berio sulla musica, allorché ci disse che è ‘musica’ tutto ciò che ascoltiamo con questo intento; Milano ci dimostra che non ci sono compartimenti stagni nei generi e che anche la musica popolare può diventare un volano di invenzione. I linguaggi musicali così si trasmettono realmente, permettono la resistenza al tempo. Con la musica a certi livelli sorge anche un problema di degrado dell’oggi che Milano cerca di combattere: la latente, mancanza di conoscenze della gioventù attuale, è un problema serio che ci deve far pensare e che coinvolse anche i pensieri di Berio quando fu in vita.






