Spesso l’opera pianistica di un compositore ci racconta molti aspetti dello stile e del pensiero di un compositore. Comporre per il pianoforte significa offrire un’autosufficienza polifonica, un’area di cognizioni utili per riconoscere l’impronta della scrittura e, non ultimo, la possibilità di sperimentare le tecniche (estensive e non). Circa una settimana fa, il celebrativo festival Présence ha voluto rivelare ancora una volta la grande potenza della musica di Georges Aperghis (1945) di cui spesso si promuovono con maggior forza le innovazioni portate nel teatro musicale contemporaneo; eppure una scrittura eccellente Aperghis l’ha elaborata anche sul pianoforte, con una serie di motivazioni e collaborazioni che l’hanno visto enucleare una materia specifica che può essere certamente utile anche per interpretare il suo punto di forza (il teatro musicale). Come ho fatto per altri compositori in passato, anche per Aperghis vorrei evidenziare in questo saggio i contenuti, le qualità e il livello altissimo delle sue composizioni profuse per il pianoforte, in un momento in cui è sempre più difficile rinvenire estetiche che godono di complessità operative e argomentazioni rigorose.
Il primo






