CASETTA DI COMPOSIZIONE | Appunti e frammenti di e per la composizione

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Casetta di Composizione, foto Roberto Masotti

“Quello che so sul metodo è che quando non lavoro certe volte credo di sapere qualcosa ma quando lavoro è abbastanza chiaro che non so niente”.

John Cage

“… la musica fisica non è che una copia della realtà spirituale”.

Rudolf Steiner

 

Premessa
L’ Autore immagina di abitare[1] il suono dalla Casetta di composizione, dove Gustav Mahler a Dobbiaco “compose” nel primo decennio del Novecento, scegliendo, non arbitrariamente, questo luogo reale e immaginato come titolo di una rubrica che vuole essere un appuntamento continuativi e regolato dall’ispirazione e dall’umore di appunti e frammenti (di e per) la composizione come attitudine all’ascolto e al componere; un “mettere insieme” costruendo senso -con e- attraverso il suono; anche in sua assenza. Alla luce del pensiero antroposofico, in aggiunta.

Ogni volta la scrittura può assumere forma di diario, saggio breve o dialogo sempre immaginando di sedere in una classe ideale di composizione in cui, a differenza di quanto accade, l’attenzione non è rivolta al ricettario ma al pensiero ricordando quanto affermato da Olivier Messiaen: “La musique se fait avec des sons? Je dis non! Non, pas seulement avec des sons!

SENTIRE IL SUONO DI QUESTO S-FONDO: DELL’INIZIO.

… ci si proietta su questo vuoto [che ci abita].

Una riflessione a partire dal pensiero di Massimo Cacciari, a Dobbiaco; dopo una conferenza “vacanziera” ma per la composizione. A partire dal Kaos quale condizione di esistenza del silenzio come presenza del suono, manifestazione tangibile di una “fondamentale” precedente al manifestarsi del suono come percezione sensibile nel processo descrivibile e misurabile nel tracciato da vibrazione a sensazione uditiva. Questa sensazione non è indotta semplicemente da una variazione di pressione dell’aria ma sussiste a partire da un “vuoto” generatore che è Archè (principio): cominciamento.

Il filosofo Massimo Cacciari presenta il centro del proprio pensiero presentando un testo fondamentale, “Dell’inizo” pubblicato da Adelphi nel 1990, davanti ad un uditorio attento e “vacanziero” durante le settimane mahleriane a Dobbiaco, affrontando il problema cardine del pensiero filosofico, quello del principio. Problema cardine (anche) della composizione, dell’arte in generale, che ritrova la sua determinazione nella volontà creatrice che purtroppo, in una società logorroica come la nostra non ha più spazio [e nella musica non può essere udito se non partendo dal silenzio, un silenzio attivo e presente come [2] s-fondo di un nuovo e un sempre rinnovato cominciamento].

Questo “inizio” è sempre un millesimo di secondo prima il nostro “dopo”, così è il gesto che sollecita (pizzica, percuote, strofina…) una sorgente sonora qualsiasi e la mette in vibrazione; l’atto è sempre volontario rispetto a un corpo (lo strumento) mentre la percezione è possibile a partire da questo s-fondo, che posso chiamare “fondamentale” e che non è la nota con la frequenza minore ma bensì il suono (non percepibile con i sensi) presente come il fondamento, l’Ur dell’ascolto.[3]

Dobbiamo fuggire una visione antropomorfica della musica, oltre un dio creatore-architetto che si traduce in una visione semplicistica e “romantica” del genio; la musica sussiste perché un suono è presente come vibrazione generatrice: mi è permesso pensare in linea con un rinnovato pitagorismo? L’armonia delle sfere è qualcosa di esistente anche se non individualmente esperibile?

Io “sento” questa presenza di vibrazione-suono: dunque… la intuisco, la suppongo, la immagino a partire da questo illimite…

Mi chiedo se la composizione come pensiero e non come semplice pratica “culinaria” sia ancora possibile e praticabile in questo nostro pieno di suoni, di comportamenti sonori a noi contemporanei [4] di costante presenza di segni delle musiche che stridono, gridano e chiaccherano il pensiero musicale?

Il filosofo Massimo Cacciari spiega chiaramente che il Kaos non è disordine, così il chaosmos[5] ha origine da questo stato di “ordine” precedente a qualsiasi idea di ordine o disordine; con esso io posso intuire l’indeterminatezza delle condizioni di esistenza del suono: a questo posso pensare e a questo posso attingere lasciando andare qualsiasi volontà di forma; solo attraverso un ascolto attivo che significa: un ascolto interiore, precedente all’ascolto stesso.

Questo illimite rappresenta un’aporia anche per l’esistenza del sonoro, una strada senza uscita, un passaggio impraticabile che non possiamo definire concettualmente e non possiamo misurare…

Solo vivendo la casa armonica che ci determina nel vuoto che la abita (ovvero nella ri-sonanza di una cassa armonica s-fondo), nell’assente (che deve essere “abitato” poeticamente) è possibile seguire logicamente il compito di una scrittura che non deve essere disciplinato ricalco ma ascolto di questo s-fondo.

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Nota: nella cultura greca arcaica il Caos non è il disordine. Il termine significa “spalancarsi”, “aprire la bocca”, “essere aperto”. Il sostantivo caos indica una voragine, una fenditura, uno spazio spalancato. Questo spazio può essere inteso come fondamento-fondamentale di qualsiasi com-ponere che sia pensiero attraverso il suono.

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Note:
[1] Nel senso del poeta Johann Christian Friedrich Hölderlin: abitare poeticamente la terra.[2] Con questa parola scritta con la s privativa; s-fondo, Cacciari vuole esprimere un abisso privo di fondamenta stabili [quello che per me rappresenta la raccolta poetica “Inabissi” che ho ri-composto a partire da frammenti nell’impossibilità della scrittura poetica se non come raccolta di frammenti  e citazioni comparate, messe in rapporto tra di loro, “nell’abisso del giorno”: solo di fronte alla morte -come s-fondo- possiamo, logicamente, agire in armonia; dunque il concetto di armonia non è altro che rimanere costantemente accordati con questo vuoto, il silenzio che ci permette di ri-trovare nell’ascolto, la forma degli enti sensibili; le forme della musica. In questo senso può essere letto (anche) 4:33 di John Cage, proiettando l’immagine dell’interprete nel “vuoto” su questo s-fondo. Allo stesso tempo ho cercato di ri-trovare questo s-fondo nei luoghi mahleriani, a Dobbiaco, attraverso un lavoro come Mahler/Cage abitando “un silenzio cercato” tra Carbonin Vecchia e l’illimite.
[3] Ed è sempre un atto percussivo a livello meccanico per il nostro orecchio che attraverso la vibrazione del timpano (un vero e proprio tamburo biologico) porta alla nascita dell’impulso elettrico che diventerà suono.
[4] Ma non seconda un’idea di simultaneità come quella teorizzata da Ernst Bernhard che definisce una costellazione di senso che porta alla scrittura mito-biografica a partire dal pensiero di Jung.
[5] Uso volutamente un termine coniato da Edgar Morin per mettere in relazione concetti due visioni filosofiche all’interno di un pensiero complesso.

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Sergio Armaroli is a composer, percussionist, vibraphonist, teacher and total artist. His actions resonate through various artistic and musical fields, that of jazz being, perhaps, his most practised. He declares himself to be a painter, concrete percussionist, fragmentary poet and sound artist as well as founding his work “within the language of jazz and improvisation” as an "extension of the concept of art".