Irene Aebi, violoncellista, violinista e cantante svizzera nota per il suo lungo sodalizio artistico e sentimentale con il sassofonista americano Steve Lacy è deceduta a Gand l’11 agosto scorso a 87 anni. Aebi è stata una presenza importante del jazz e del free jazz, ambiguamente considerata dalla stampa specializzata per le sue qualità. In realtà Aebi ha contribuito non solo a dare forza espressiva ad innumerevoli concerti e registrazioni di Lacy, ma anche a fissare nel free uno stile vocale che si è retto su almeno due direttrici, una che riporta al periodo di residenza in Francia e che abbraccia inevitabilmente le inflessioni della lingua e delle principali forme poetiche francesi ed un’altra, più definitiva, che è invece espressionista e legata ad una forma solida e solenne che sta tra la sindrome del teatro di Brecht e Weill e quella di un lied operistico. Aebi ha affrontato complessi testi poetici che il marito Steve Lacy musicava appositamente per la sua voce, tracciando delle linee melodiche in funzione emulativa. Irene Aebi e Steve Lacy hanno utilizzato una moltitudine di testi, muovendosi lungo alcuni assi preferiti della letteratura internazionale, con una scelta dei versi che non era mai casuale: le melodie obblique e i tempi prescelti dei brani erano sempre in simbiosi con la significatività poetica, talvolta gioia, talvolta brusca energia.
All’inizio Irene fu presa in considerazione per il suo stile free al violoncello, un aspetto che affascinava molto Lacy che la volle subito con sé; il primo album in cui è presente nella musica di Lacy è infatti Roba del 1969, a cui seguiranno molti altri incentrati solo sulla parte strumentale (The Gap, Flakes, altri inseriti nella cornice dello Steve Lacy Quintet, il postumo Gravensteen Ghent 1971, Esteem, etc.). Invece, il primo album della discografia di Lacy in cui la si sente vocalizzare è Scraps del 1974, un episodio splendido della carriera di Lacy in cui Aebi risente del fascino della cultura francese (surrealismo e dadaismo) esplorando fonetiche e destrutturazioni di quell’approccio poetico. Tuttavia in mezzo ad una produzione piuttosto ampia e qualitativamente omogenea mi sento di affermare che forse il punto più alto del periodo francese fu The Owl, del 1977 per Saravah R., a nome dello Steve Lacy & CIE, dove si celebra Guillame Apollinaire, Francis Picabia e Salvador Dalì.
Nel 1977, in The Way, fu Lao Tzu ad essere preso in considerazione e si aprì un periodo di progetti multidisciplinari in cui la Aebi prestò la sua voce a musica, azioni sceniche e art songs. Come detto, il suo stile si cristallizzò ben presto in quello operistico-espressionista ed ebbe la sua apoteosi nella collaborazione con Nicholas Isherwood fatta in Clangs nel 1992, sempre sotto l’egida di Lacy: insieme i due ripropongono l’intero The Owl con versioni memorabili, inserite in un contesto strumentale più dettagliato e assolutamente fuori dai canoni.
In Italia fu molto apprezzata ai passaggi dei concerti e per le registrazioni di alcuni dischi presso la Soul Note di Bonandrini (The Condor, 1986, Troubles, 1979, Vespers, 1993). Un fecondo periodo di creatività fu anche quello nei novanta con Frederic Rzewski, che Irene aveva conosciuto negli ambienti romani del MEV nei sessanta: Rzewski si unì spesso a lei e ai gruppi di Lacy nei novanta, portando il suo pianismo nella forma libera e poetica dei coniugi; in particolare si ricordano Rushes, celebrazione di poeti russi, e Pocket, il picco del trio in cui la musica si unisce alle poesie di Judith Malina e Julian Beck, i leggendari fondatori dell’anarchico Living Theatre.
RIP Irene Aebi






