
Sul New York Times del 9 ottobre 1983, alla pagina 25, un esterrefatto Jon Pareles esordiva nel suo articolo in questo modo:
“One of the most important figures in current jazz is a genial, silver-haired, 53- year-old Italian businessman based in Milan. He is Giovanni Bonandrini, the president of Black Saint Records, which is virtually the only label now recording a full spectrum of up-to-the-minute jazz”
tradotto in italiano:
“Una delle figure più importanti del jazz contemporaneo è un geniale uomo d’affari italiano di 53 anni, dai capelli argentati, residente a Milano. Si tratta di Giovanni Bonandrini, presidente della Black Saint Records, praticamente l’unica etichetta discografica che sta al momento coprendo un ampio spettro del repertorio del jazz più attuale“.
Non so in quanti casi ci sia stato un complimento così lusinghiero per un italiano non musicista nella musica jazz. Grande appassionato di jazz e di musica improvvisata da sempre, Giovanni Bonandrini è un professore di liceo che al momento del pensionamento decide di investire la sua liquidazione nella promozione della musica amata sfruttando un momento di difficoltà della diffusione del jazz afroamericano e della piccola etichetta italiana Black Saint retta da Giacomo Pellicciotti, produttore a Milano. Siamo nel 1977, un
anno in cui si stanno raccogliendo segnali negativi dalle principali major discografiche statunitensi con tagli dei fondi e dei contratti ai musicisti di jazz d’avanguardia e free jazz, considerati poco appetibili per l’audience; ma è anche un anno in cui in Italia pesa il fardello di una scarsa informazione sul panorama avanguardista del jazz e della musica improvvisata, circostanza che si trasferisce sulle non adeguate vendite di dischi della Black Saint.
L’entrata in campo di Bonandrini è cruciale per risolvere entrambi i problemi: rileva la Black Saint e costruisce un geniale sistema per accogliere i jazzisti americani a Milano, facendoli registrare nelle pause dei loro concerti italiani nello studio Barigozzi di Milano, in via Ermanno Noé. Questo studio di registrazione, fondato dal sassofonista, flautista e ingegnere del suono Giancarlo Barigozzi, diventerà la pietra miliare dell’attività di Bonandrini e l’epicentro del jazz internazionale, con una sala d’incisione tra le più ambite in Europa, capace di catturare la dinamica naturale degli strumenti acustici: un suono caldo, salutare, frutto di un luogo acusticamente perfetto dove sassofoni, contrabbassi o batteria restituiscono variazioni infinitesimali delle loro vibrazioni; l’acuto dello studio è poi un pianoforte a coda Steinway & Sons, usato per le registrazioni e tenuto in eccellenti condizioni, capace di assecondare il differente approccio stilistico dei pianisti, da quelli del ‘tocco’ a quelli del ‘percussivo’.
Di tutto questo ben di Dio se ne ricavava traccia non solo dalle registrazioni Black Saint e poi Soul Note (la seconda etichetta discografica che Bonandrini fondò un paio di anni dopo per favorire una distinzione nella musica improvvisata, più avantgarde la Black Saint, più ‘tradizionale’ la Soul Note), ma anche da materiale d’archivio, video e fotografico che Bonandrini custodiva nella sua collezione di musica e ricordi allo studio Barigozzi. Su quest’ultimo aspetto è intervenuto Andrea Montanari, insegnante di audiovisivo multimediale al liceo Artistico Fortunato Depero di Rovereto; Montanari si è occupato di cinema, animazione e relazioni interdisciplinari tra le arti con proiezioni, collage ed astrazioni visive che hanno un profondo legame con la musica, soprattutto con il jazz. Come appassionato del genere e di quanto fatto da Bonandrini a Milano, è stato fortissimo l’istinto di produrre un documento audiovisivo che tenesse conto dell’incredibile impresa: Montanari ha intuito il valore della ricerca di quegli anni nonché recepito l’impronta passionale con cui Bonandrini aveva impostato il suo lavoro. E’ andato da Bonandrini (che ora si è trasferito e vive il suo pensionamento in Liguria sul mare), gli ha chiesto di raccontare la genesi e i principali sviluppi delle etichette discografiche avvalendosi anche di un materiale non discografico custodito negli studi che ritrae moltissimi scampoli delle registrazioni e del vissuto di quei momenti passati nelle sale di registrazione con gli artisti. Nel film di Montanari, in quasi 30 minuti, la rassegna dei musicisti che si presenta ai nostri occhi è stupefacente: Red Mitchell, Lee Konitz, Anthony Braxton, Frank Lowe, Billy Bang, Henry Threadgill, Bill Frisell, Geri Allen, Kenny Wheeler, Paul Motian, Bill Dixon e tanti altri, tutti ripresi in una veste transizionale, amichevole, qualche volta nell’ambito della registrazione, altre volte nelle more di prove creative o di momenti di simpatia estemporanei vissuti nello studio o nel cortile d’ingresso, tutti spezzoni che suggellano un senso di familiarità e di allegria. Montanari ha fatto una bella operazione di montaggio, ha creato una sorta di film-documento in cui l’intervista a Bonandrini è il filo conduttore di una storia ‘silenziosa’ della musica improvvisata che parte da Barigozzi (un pezzetto del film lo ritrae negli studi con Lee Konitz e poi con altri musicisti) e si sviluppa negli anni con altre figure non meno importanti di Barigozzi e Bonandrini, che vengono ‘consultate’ nel film: si tratta di Nicola Tessitore, direttore di Verona Jazz, che pur non lavorando direttamente nello studio era una figura cruciale per le etichette milanesi poiché era uno dei principali driver sinergici di Bonandrini, capace per le sue competenze musicali di invitare i migliori talenti della musica afroamericana di quegli anni, che dal suo festival a Verona ricavavano spazio anche per la registrazione negli studi di Milano. L’altra figura è Paolo Falascone che diventa il fonico nel 1993 dello studio sostituendo per ragioni di salute Barigozzi: fu lui che rinominò lo studio Mu Rec, in ossequio a due ossessioni di un certo jazz, la prima sillaba ‘Mu’ indicava il mito di un continente perduto nell’Oceano Pacifico, considerato una culla primordiale dell’umanità, ma anche nelle teorie zen il vuoto fertile, in sostanza espressione di un’ancestralità e spiritualità che erano forti prerogative del pensiero dei jazzisti afroamericani e di Bonandrini stesso che lo rivela nel film; la seconda sillaba ‘Rec’ indicava invece un luogo di registrazione che per quegli anni era atipico perché espressione di un modo di incidere in presa diretta, su nastro magnetico o con metodi analogici e non con metodi aggiornati ai tempi come computer o software digitali. Di queste due figure c’è traccia dei loro brevi racconti nel film, piccole considerazioni che ci permettono di capire quanto in fondo fosse importante catturare la qualità e il ‘calore’ dell’improvvisazione in tempo reale. Lo studio Barigozzi fu importante per moltissimi musicisti italiani, costituì accrescimento della loro popolarità e tutti ne conservano un ricordo pieno di fascino, qualcosa che a parlar con loro si poteva respirare nell’aria di quelle stanze.
A questo proposito ho contattato Gianni Mimmo, sopranista che frequentò il Barigozzi non appena Falascone divenne il fonico del Mu Rec:
GM: “Paolo che ci ha lasciato da poco, era il fratello di Massimo Falascone musicista con il quale ho anche suonato. Paolo era anche contrabbassista ma il suo lavoro era il “sound engineer” come si disse da un certo punto in poi, a quel tempo ancora si diceva “tecnico del suono”. Dello studio di Barigozzi non cambiò nulla, fedele alla linea del maestro da cui imparò a lavorare allo storico banco analogico, ai nastri e al banco Studer. Lo studio si trovava all’interno di un cortile di via Nöe, una traversa di viale Abruzzi a Milano in zona Città Studi. Appena di fianco nel cortile un elettrauto, dall’altra parte del cortile un condominio della Milano anni 50. Lo studio si trovava non lontano, 20 metri dal Bar Basso, storico bar dove si invito un celebre cocktail: Il Negroni Sbagliato. Ci ho registrato dalla fine degli anni 90 diverse volte e ho sempre amato moltissimo l’odore di quel posto.
Il suono dello studio era piuttosto secco, c’era moquette ovunque, lungo le pareti erano addossati i pannelli con vetro per tenere separati i musicisti ed evitare i rientri del suono, vi era un piccolo box per la batteria e un magnifico piano, amato da tutti per il suo suono, uno Yamaha c3 davvero pazzesco. In un lavoro intitolato Obliqui Viali (un’istallazione in collaborazione con la fotografa Elda Papa) lo usai e lo preparai io stesso. Ma vi suonarono tutti incluso Bley, Muhal, Pierannunzi, Waldron, Gianni, D’Andrea ma tanti tanti altri. Il suono dello studio è per me indimenticabile, i microfoni erano bellissimi (ne avevo due che preferivo e che sempre chiedevo di poter usare) e le cuffie mi ridavano una profondità che non ho mai dimenticato. In regia c’era un odore di fumo pazzesco perché Paolo era accanito fumatore, il banco analogico era giusto sotto un vetro dal quale si vedeva la sala e quando riascoltavamo io volevo sempre sentire come si sentiva dalla regia, su casse nearfield Yamaha molto crude nella resa, per poi proseguire in sala dove il suono veniva mandato su delle vecchie Peerless e su due grandi JBL. L’ingresso dello studio era completamente tappezzato di fotografie di tutti i musicisti che vi avevano registrato e parte del tempo se ne andava a riconoscere i personaggi straordinari che comparivano nelle immagini, la porta che divideva l’ingresso dalla sala era pesantissima e arancione e la scritta “Silence” vi campeggiava bellissima. Il bagno stava al mezzanino cui si accedeva dal scala soppalco, per raggiungerlo si passava accanto a uno scaffale ricolmo di nastri ampex e tdk in custodie sulla cui costa campeggiavano nomi importantissimi, tutti quelli che vedi su Black Saint, Soul Note ma anche su tante altre label. Quando andavo per qualche progetto che doveva essere finalizzato entravo al mattino e ne uscivo a sera, a pranzo andavamo a un piccolo ristorante poco distante e avevamo un tempo che oggi mi pare impossibile poter ripercorrere con quella quiete. Me ne andavo con un pronto-ascolto passato su un Dat e a casa riascoltavo con grande calma e attenzione prendendo nota delle cose da correggere e poi, a distanza di qualche tempo, ritornavo in studio e insieme a Paolo procedevamo col mixaggio analogico, manuale con continui ripassaggi dello stesso momento, in mezzo a nubi di sigarette. Avevamo anche tempo per ridere e passare il tempo uscendo in cortile per fumare ancora e parlare di musica. Ed era un tempo bellissimo, una temperie formidabile, le programmazioni ricchissime e dovunque c’era qualcosa che ribolliva e un tempo nel quale si poteva parlare a lungo e ascoltare, anche, a lungo“. (Mimmo, testimonianza diretta).
Naturalmente ho avuto il piacere di dialogare per oltre un’ora anche con Andrea Montanari. Gli ho chiesto quali fossero le motivazioni che l’hanno spinto a realizzare questo film.
AM: Il motivo che mi ha indotto a realizzare un documentario su Giovanni Bonandrini e le sue etichette è stata l’idea di raccontare la storia di un sognatore spinto dalla pura passione per la musica.
Non volevo fare la cronistoria delle sue etichette ma focalizzare l’attenzione sul momento creativo della registrazione della musica che gli piaceva, il rispetto verso il lavoro dei musicisti, il senso di familiarità che si respirava dalle decine di foto che invadevano lo studio di Giancarlo Barigozzi.
Ho avuto l’onore e il piacere di passare tre giorni nella sua casa a Rapallo e dopo i primi minuti, tra presentazioni e convenevoli, Giovanni mi mise subito a mio agio, e iniziammo subito questa lunga conversazione. Una cosa che mi colpiva e che ho ripreso nel film era lo sguardo di Giovanni quando citavi un autore, un disco, allora gli occhi gli si illuminavano e con precisione prendeva il suo “catalogo discografico” personale scritto a macchina con correzioni a penna con date e titoli e si accendevano ricordi e aneddoti.
Una frase che mi ha colpito e che riassume il Bonandrini pensiero è questa: “Quello che mi interessava era il valore artistico…che poi il disco vendesse o non vendesse va beh pazienza…ma come le grandi opere d’arte non è che danno subito un risultato…però questi dischi, se li ascolti a distanza di tempo ti rendi conto che sono dei piccoli capolavori”.

Il film-documentario sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni e successivamente nei vari festival jazz o istituti di cultura italiani all’estero. La pubblicazione e distribuzione è indipendente.





