Per integrare un concetto astratto o visivo in una partitura musicale, un compositore deve possedere un insieme di qualità tecniche ed analitiche capaci di tradurre l’immateriale o il visivo in suono. Non si tratta solo di comporre note, ma di creare ponti semiotici e strutturali tra l’idea e la scrittura musicale.
Vi ho già dato conto su queste pagine della bravura del compositore Vito Palumbo attraverso il ciclo di Skin (leggi qui). Palumbo è incredibilmente efficace nelle associazioni sensoriali ed è assolutamente competente nella padronanza della notazione e grafia musicale. Nel descrivere i suoi lavori, ad esempio il suo Clarinet Concerto, parla del respiro dello strumento solista capace di “mettere in moto onde di ritmo e colore attraverso l’orchestra”. Questo trasferimento da uno stimolo corporeo/visivo (il soffio, l’onda, il colore) a un dato acustico riflette perfettamente l’attitudine a mappare concetti extramusicali sulla materia sonora. La meraviglia visiva e acustica della partitura di Vito Palumbo è frutto di un lavoro profondo, un prodromico esercizio di precisione geometrica e flessibilità espressiva. Queste qualità si ripresentano intatte per il nuovo pezzo che Palumbo ha scritto per il quartetto d’archi NeoQuartet, una composizione che sarà presentata a Danzica in anteprima mondiale il 7 novembre prossimo presso






